“I blocchi incrociati nello stretto di Hormuz – da un lato l’Iran che mina le acque, attacca le navi e impone pedaggi selettivi, dall’altro gli Stati Uniti che rispondono con un blocco navale e operazioni militari per controllare le esportazioni di petrolio iraniane – mostrano che i mari non sono più spazi liberi”, scrive Julien Bouissou, giornalista economico di Le Monde. “Il passaggio, da cui transita una grande quota del petrolio mondiale, può essere chiuso, regolato o usato come leva politica ed economica da chi ne detiene il controllo”.

La situazione riflette un cambiamento più ampio. Per decenni la globalizzazione si è basata sulla libertà di navigazione garantita dal diritto internazionale e, soprattutto, dalla supremazia navale degli Stati Uniti. Oggi questo equilibrio è scomparso: Washington non è più l’unico garante degli oceani e non si percepisce più come il principale beneficiario del libero scambio. Altri soggetti stanno occupando il vuoto. La Cina rivendica il controllo del mar Cinese meridionale e costruisce infrastrutture nelle aree contese, mentre rotte cruciali come lo stretto di Bab el Mandeb (che congiunge il mar Rosso al golfo di Aden) sono diventate instabili per effetto di conflitti regionali. “In un contesto del genere l’Iran usa Hormuz come strumento di pressione”, continua Bouissou. Controllare uno stretto così difficile da aggirare significa influenzare direttamente i prezzi dell’energia e l’economia mondiale. L’imposizione di un pedaggio mostra che il transito non è più un diritto garantito ma diventa una concessione negoziata, spesso subordinata a rapporti di forza politici e militari.

Le compagnie di navigazione devono quindi muoversi in uno spazio sempre più politicizzato, dove servono accordi diplomatici e protezione militare. Anche le grandi potenze si adattano: gli Stati Uniti, pur opponendosi al controllo iraniano, si mostrano ambigui e arrivano a ipotizzare forme di condivisione dei profitti legati al transito.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1661 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati