La voce grezza e roca di Maryam Saleh è il riflesso del suo spirito ribelle: la cantante, autrice e attrice egiziana ha costruito la sua carriera su un lavoro che supera i confini sia musicali sia testuali, e il suo ultimo album, Syrr, continua questa tradizione. Nelle note di copertina dell’album, Saleh lo definisce “un passaggio in divenire dove memoria, perdita ed esperienza vengono rimodellate più volte nel lungo tentativo di ricostruire il sé”. L’album attinge al retroterra teatrale di Saleh: si sviluppa in tre atti, ognuno dei quali riflette le diverse emozioni che la cantante ha vissuto dal 2021 al 2024. Comprendere l’album significa capire il percorso personale di Saleh, cominciato nel centro del Cairo, dove è cresciuta. Syrr segna un’altra reinvenzione per Saleh. “Ho attraversato una profonda crisi a partire dal 2015, e mi sembrava che nulla potesse colmare quel vuoto e offrirmi un percorso di guarigione, se non la musica”, racconta. In arabo syrr significa “segreto”; è anche il nome della figlia di Saleh. “La sua esistenza è uno dei motivi per cui questo lavoro ha avuto luogo”, dice. “Lei è l’inizio del mio risveglio”. Saleh ha cominciato a lavorare all’album nel 2022 a Dahab, sulla costa sudorientale del Sinai. “Ho preso mia figlia, ho lasciato la mia casa al Cairo e sono andata nel deserto”, racconta. “Volevo che lei fosse con me. E mentre ero lì mi sono abbandonata al processo di guarigione”.
Christina Hazboun,
Bandcamp daily

Maryam Saleh (Roger Anis)

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Questo articolo è uscito sul numero 1661 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati