Sono le sei del mattino. Ci sono meno di cinque gradi e le prime luci dell’alba avvolgono la cima del monte Sinai, che s’innalza a 2.285 metri sul livello del mare. Mentre il sole disperde la foschia del deserto, emerge lentamente un oceano di roccia rossastra. Brulla, aspra, inviolata. Niente strade, niente palazzi, niente vegetazione. Solo la montagna sacra dove, secondo la Torah, la Bibbia e il Corano, Mosè ricevette le tavole della legge. Decine di turisti guardano l’alba, avvolti in coperte pesanti dopo una scalata notturna. Alcuni cantano inni in una piccola chiesa. Altri eseguono la preghiera di al fajr (dell’alba) nella vicina moschea.
Dopo un’escursione di due ore per scendere, il silenzio della montagna lascia il posto al brontolio dei bulldozer. Siamo arrivati a Santa Caterina, lo storico accampamento di beduini e pellegrini che il governo egiziano progetta di trasformare in un “hub turistico e culturale” attraverso il suo Great transfiguration project (il progetto “grande trasfigurazione”). La struttura, ormai quasi finita, comprende un albergo a cinque stelle, villette private, un grande centro per i visitatori, un aeroporto e una funicolare per arrivare in cima al monte Sinai. L’obiettivo è creare un terzo importante polo turistico per l’Egitto, insieme alla valle del Nilo e alla costa sul mar Rosso.
Dietro le quinte
Come molti progetti sfarzosi del regime del presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, anche la trasformazione di Santa Caterina ha i suoi danni collaterali. L’impatto più rilevante sarà sul monastero greco ortodosso fondato nel sesto secolo dall’imperatore bizantino Giustiniano, dove si trovano icone e documenti antichissimi, oltre all’arbusto che la tradizione identifica come il roveto ardente della Bibbia. Negli ultimi mesi il monastero è finito al centro di una controversia sempre più aspra tra Egitto e Grecia. Storicamente i suoi terreni sono considerati di proprietà greca. Nel maggio 2025 però un tribunale egiziano ne ha ordinato la nazionalizzazione dopo aver chiesto ai monaci di produrre dei documenti di proprietà risalenti a 1.500 anni fa. Una richiesta impossibile.
La decisione ha provocato grande sdegno in Grecia. Il capo della chiesa ortodossa ha denunciato un’“espropriazione” che rappresenta una “minaccia esistenziale” per l’ellenismo, mentre l’arcivescovo Damianos, che fino al settembre 2025 è stato abate del monastero, l’ha definito “un colpo molto duro, una catastrofe”. Alcuni temevano l’espulsione dei 24 monaci del monastero. Poi, dopo mesi di tensioni crescenti, a ottobre l’Egitto e la Grecia hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui si proibisce qualsiasi “conversione” del monastero o di altri siti sacri. Poco dopo l’arcivescovo Damianos si è dimesso ed è stato sostituito dall’arcivescovo Smeon.
Due settimane dopo la sua elezione la fotografa Heba Khamis e io lo abbiamo incontrato al monastero. Con la sua veste nera e la lunga barba bianca, ci ha ricevute in un salotto dominato dal ritratto del presidente Al Sisi. Il religioso, di 62 anni, ha minimizzato i timori relativi alla nazionalizzazione. Ha ribadito che i colloqui con le autorità egiziane sono ancora in corso, ha negato le pressioni e ha dichiarato che il progetto turistico è “una cosa buona”, che contribuirà a mantenere “viva” la regione. Cosa è accaduto dietro le quinte? A Santa Caterina domina il silenzio. Fuori dell’Egitto però le voci sono più esplicite. Secondo Coptic solidarity, un gruppo di attivisti con sede negli Stati Uniti, nel corso dell’elezione dell’arcivescovo Smeon diversi candidati sarebbero stati esclusi “a seguito di pressioni, evidenziando interferenze politiche”. L’organizzazione ritiene che queste pressioni possano essere arrivate sia dal Cairo sia da Atene, poiché i due paesi stanno negoziando un importante accordo sull’energia che comprende un oleodotto sottomarino per esportare gas ed elettricità egiziani in Europa, date le conseguenze della guerra russa in Ucraina.
Il parlamentare greco Markos Bolaris ha parlato di “accordi diplomatici segreti”. Teme che il desiderio di controllo dell’Egitto possa alla fine cancellare la presenza greca dal Sinai: “Se oggi lo stato egiziano si appropriasse della terra, nel giro di pochi anni potrebbe rivendicarne il pieno possesso e fare quello che vuole in ambito turistico, perfino demolire chiese ed espellere monaci”. Bolaris ha aggiunto che tutti, dai crociati a Napoleone, dai mamelucchi a Israele, e addirittura il profeta Maometto, hanno storicamente rispettato il sito e i suoi abitanti. Nel 2023 l’Unesco ha espresso la sua preoccupazione, chiedendo all’Egitto di bloccare il progetto, valutarne l’impatto e sviluppare un piano di salvaguardia. Il Cairo non ha fatto nulla per ottemperare alla richiesta.
I beduini messi da parte
Tra chi subirà l’impatto del Great transfi guration project ci sono i beduini della tribù jebeliya, abitanti di Santa Caterina e guardiani tradizionali del monastero. Questi pastori seminomadi si sono stabiliti nella città negli anni settanta e adesso lavorano soprattutto come guide turistiche indipendenti in un sistema di cooperative. Temendo ritorsioni, parlano solo in forma anonima. “Il progetto sfigura Santa Caterina”, ha detto uno di loro. “È del tutto contrario allo spirito del luogo. La gente viene qui in cerca di pace, spiritualità e natura. Siamo contrari, ma quando il governo decide qualcosa, che puoi farci?”.
Come nel caso del monastero lo stato ha puntato su scappatoie amministrative. “Per registrare le nostre case le autorità chiedono documenti che risalgono a cinque generazioni fa”, ha spiegato un altro beduino. “Ma è impossibile perché il Sinai era sotto occupazione israeliana. A quel punto l’esercito stabilisce che la casa può essere espropriata in qualsiasi momento. Non sappiamo cosa ci succederà quando il progetto sarà finito”.
Un destino simile si è abbattuto su Sharm el Sheikh, a duecento chilometri sulla costa del mar Rosso. Un tempo terra beduina, è stata trasformata dopo gli accordi di Camp David in una città resort svuotata dei suoi abitanti e riempita di lavoratori fatti arrivare dalla valle del Nilo. Ben Höffler, una guida turistica britannica che ha vissuto quindici anni nella regione del Sinai prima che le autorità chiudessero la sua cooperativa, la Sinai trail, ha raccontato di essere profondamente sfiduciato. “Lo stato egiziano ha sempre guardato con sospetto le tribù beduine, che si spostano attraverso territori difficili da controllare, dove si coltivano oppio e hashish”, dice. “Dal punto di vista del Cairo questo rappresenta un rischio per la sicurezza al confine con Israele e Gaza. Ma il governo non riesce a capire che se resteranno tagliati fuori dal turismo, molti beduini si daranno di nuovo al contrabbando”. ◆ gim
Heba Khamis è una fotografa egiziana. Vive tra l’Egitto e i Paesi Bassi. Sami Zaïbi è un giornalista svizzero che vive al Cairo.
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Questo articolo è uscito sul numero 1661 di Internazionale, a pagina 72. Compra questo numero | Abbonati