Forse, suggerisce Janet Malcolm in Il giornalista e l’assassino, succede qualcosa alle persone quando incontrano un giornalista che raccoglie le sue confidenze. Qualcosa di opposto a ciò che ci si aspetterebbe: invece della cautela, subentrano eccessiva fiducia e impulsività. Il soggetto regredisce, vede il giornalista come una figura accogliente, quasi materna. Salvo poi scoprire che il libro o l’articolo è stato scritto da un padre severo e implacabile. Quando lasciai il piccolo giornale per cui lavoravo e passai a uno più grande, cominciai a leggere libri sul giornalismo. Nessuno però affrontava davvero quel nodo cruciale: l’incontro tra reporter e persona, e cosa succede dopo, quando le parole raccolte finiscono in mano al pubblico. Malcolm mette questo rapporto al centro del suo libro, che all’uscita, nel 1990, suscitò scandalo. Oggi è considerato un piccolo classico. Racconta una storia: quella di Jeffrey MacDonald, medico accusato di aver ucciso moglie e figlie, e dello scrittore Joe McGinniss, che nel corso degli anni si guadagna la sua fiducia e addirittura la sua amicizia per poi inchiodarlo come un assassino.
MacDonald si sente tradito e porta il giornalista in tribunale. A questo punto la questione scottante diventa: uno scrittore ha il diritto di ingannare il suo soggetto in nome della verità? Malcolm descrive il caso come una storia di fiducia freddamente tradita e ne trae riflessioni più ampie sull’impossibilità di conoscere davvero gli altri, e sui compromessi morali del giornalismo. Eppure c’è una frase del libro, quella celebre che fa da incipit, su cui io (come molti altri giornalisti) non sono proprio d’accordo: “Un giornalista che non sia tanto sciocco né tanto presuntuoso da non vedere come stanno le cose sa bene che ciò che fa è moralmente indifendibile”. È davvero così? Per tutti, sempre? È difficile sostenerlo. Piuttosto, sembra riferirsi a una forma specifica di giornalismo, quello lungo, immersivo, che costruisce relazioni profonde con i protagonisti. Qui il rischio morale è reale: il giornalista deve ottenere fiducia, talvolta tradendola. È proprio questo il terreno in cui si muove Janet Malcolm. E Il giornalista e l’assassino è insieme una storia di manipolazione e una riflessione su chi racconta.
Ian Jack, The Guardian
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Questo articolo è uscito sul numero 1662 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati