Se Albert Camus si fosse mai interessato al genere noir, si potrebbe immaginare che avrebbe prodotto qualcosa di vagamente simile a Drive di James Sallis. Con una lunghezza paragonabile a quella della Caduta di Camus anche Sallis gioca con il dispiegarsi del tempo nella sua narrazione e usa l’unica metrica temporale che abbiamo imparato a comprendere: quella del cinema con montaggi alternati e inversioni, flashback e sequenze d’azione. È ovvio quindi che questo romanzo sia stato trasformato in “un grande film”: Drive di Nicolas Winding Refn (2011). Ma la parola “cinematografico” non rende giustizia al ritmo regolare, quasi da metronomo, di Sallis. La storia segue un personaggio noto solo come Driver. Driver lavora nel cinema. E occasionalmente si dà alla rapina. Apprendiamo che, dopo gravi problemi familiari, la madre del giovane Driver è stata internata. Poi, da adolescente, lui lascia la casa dei genitori affidatari, prende la loro auto e si trasferisce a Los Angeles per trovare lavoro. La trama si apre nel vivo della vicenda, con il sangue che scorre sul pavimento di un bagno, per poi muoversi avanti e indietro tra l’infanzia difficile a Phoenix, i successi come stuntman al cinema e il rapporto di vicinato con una donna ispanica e suo figlio di quattro anni, in un momento della sua vita in cui arriva quanto più vicino possibile a una forma di stabilità. _Drive _è narrativa di genere portata a un livello ulteriore da uno scrittore che conosce bene il genere che sta sovvertendo. **Declan Tan, **
Spike Magazine
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Questo articolo è uscito sul numero 1663 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati