La prima cosa che racconta non è il licenziamento. È l’orario in cui per 17 anni ha cominciato a lavorare ogni mattina. “Alle 7, 7.30, ero già sul furgone”. Poi una pausa di un’ora. “E si finiva alle 17, 17.30. Dieci ore, tutti i giorni”.
Per 17 anni la vita di Crescenzo Petito, chiamato da tutti Enzo, è stata scandita dalle consegne tra Modena e la provincia. A volte arrivava fino a Bologna. A cambiare erano solo il nome del datore di lavoro sulla busta paga: cooperative diverse, appalti che passavano di azienda in azienda. Ma lui restava al suo posto con le stesse condizioni: contratto a tempo indeterminato, garantito dall’articolo 18, l’anzianità che andava maturando anno dopo anno.
Quello che non era previsto, erano i danni provocati alla sua spina dorsale da quelle dieci ore al giorno. “Fare l’autista e il corriere per 17 anni comporta questo: avere problemi alla schiena come l’ernia”, racconta. Eppure il contratto nazionale dei trasporti e della logistica non prevede alcuna forma di assicurazione sul futuro per chi come Petito sviluppa una parziale “inidoneità” al lavoro che gli dà da vivere.
Petito ha 48 anni e per quasi metà della sua vita ha fatto l’autista per aziende della logistica nel modenese. I problemi sono cominciati quando è arrivato un nuovo responsabile di filiale. Non uno sconosciuto, ma un lavoratore come lui, un autista come lui, che a un certo punto è stato promosso.
“Da lì sono partite le pressioni”, dice. Le descrive senza alzare la voce, come fossero parte del lavoro. Bisognava caricare anche i pacchi più pesanti, quelli sopra i 25 chili. E pazienza se le regole dicevano altro, se il corpo cominciava a cedere. “Se non facevi quello che diceva, ti cambiava il giro. Ti metteva in difficoltà”, racconta. Spostamenti, pressioni, isolamento. Lui era tra quelli che non si piegavano. Ma la maggior parte dei lavoratori aveva paura.
Prima gli hanno cambiato il giro di consegne, poi è stato trasferito a Bologna per un periodo. Quando l’appalto è finito, è tornato a Modena. E i problemi sono ricominciati. Nel frattempo, la salute peggiorava. Le visite mediche attestavano che era idoneo al lavoro, ma non poteva sollevare carichi più pesanti di dieci chili. “Idoneo con prescrizioni”, dicevano i certificati.
Prima il medico del lavoro e poi la Ausl di Modena hanno confermato la stessa diagnosi: poteva lavorare, ma con delle limitazioni. L’azienda però non lo ha accettato. Ha chiesto nuove valutazioni sanitarie. Ma il risultato non è cambiato. A quel punto invece di spostarlo a svolgere mansioni meno gravose, lo ha sospeso per qualche settimana. Infine l’ha licenziato. La motivazione è tecnica: non ci sono in azienda occupazioni compatibili con le sue condizioni di salute.
Paure e mobilitazioni
“Ci sono lavori d’ufficio, gestione dei mezzi di trasporto, altre cose”, insiste Petito. “Dopo tanti anni è normale avere problemi fisici. Invece di trovarti una soluzione, ti mandano via”, sottolinea. Dice che non è un caso isolato. Altri corrieri e autisti come lui nel modenese e nella zona di Bologna hanno vissuto situazioni simili. Ma non tutti reagiscono allo stesso modo.
“Qualcuno ha scioperato per due settimane alla fine di febbraio. Ma molti hanno paura”, continua. Dopo il licenziamento, i sindacati hanno proclamato una mobilitazione, che ha portato a un tavolo di trattative in prefettura. Così è arrivata la proposta dell’azienda: un’integrazione alla Naspi di cinquecento euro al mese per un anno.
Poi, forse, una nuova visita medica. E se tutto torna “a posto”, c’è la possibilità di un reintegro. “Ma la schiena non torna come prima”, dice Petito. “Ho fatto tutte le visite possibili”. Quindi ha scelto un’altra strada: il tribunale del lavoro. L’avvocata che lo assiste ha già impugnato il licenziamento. “Voglio il reintegro”, dice Petito con la voce spezzata. “Tutti quegli anni nello stesso posto non sono solo un lavoro”.
I furgoni continuano a partire alle 7. I pacchi si accumulano, poi sono caricati e scaricati dagli autisti stessi. Una settantina nel magazzino in cui lavorava Petito.
“Il lavoratore potrebbe operare servendosi di strumenti meccanici, macchine con una sponda o una pedana mobile di cui l’azienda già dispone. Oppure svolgere attività meno pesanti, compatibili con il suo stato di salute”, spiega Massaoud Jawad, corriere da diciotto anni e delegato sindacale del SiCobas nella stessa azienda in cui lavorava Petito.
Jawad dice che il licenziamento del collega è “ingiustificato, ritorsivo e antisindacale” e spiega che i colleghi hanno scioperato per due settimane alla fine di febbraio per chiedere il suo reintegro. Ci sono state anche cariche della polizia contro i blocchi che impedivano ai furgoni dell’azienda di partire nei giorni dello sciopero.
Ma molti corrieri non hanno partecipato e in una lettera hanno accusato il sindacato di impedirgli di lavorare e di fargli perdere soldi. Un caso simile a quello di Petito è avvenuto sempre nel modenese nel novembre del 2023 e si è concluso nel giugno del 2025 con la vittoria del lavoratore e del sindacato: un magazziniere era stato licenziato perché ritenuto “inidoneo con parzialità” al lavoro.
Ma il tribunale di Modena ha dato ragione al magazziniere di 54 anni e il 16 giugno 2025 con una sentenza lo ha reintegrato sul posto di lavoro e ha stabilito un indennizzo per il suo licenziamento. Secondo il giudice l’azienda non aveva valutato a fondo le mansioni compatibili con le capacità del lavoratore e non aveva fatto nulla per permettergli di usare gli ausili meccanici che potevano aiutarlo.
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A Bologna sono almeno 45 i corrieri che hanno avuto problemi simili, cioè che risultano idonei con dei limiti e che rischiano di essere licenziati o sospesi senza stipendio per problemi di salute, sviluppati in seguito ad anni di trasporti e consegne. Per quattro di loro la situazione era arrivata a un punto critico, ma poi è rientrata. L’azienda ha deciso di reintegrarli.
Lo spiega Eleonora Bortolato del SiCobas di Bologna, che ha seguito il caso: “A un certo punto quattro lavoratori hanno ricevuto una comunicazione di sospensione dal lavoro senza retribuzione in seguito a un giudizio di idoneità parziale. In particolare si tratta di idoneità con prescrizioni, cioè il lavoratore è considerato idoneo alla mansione, ma deve rispettare alcune limitazioni, per esempio non sollevare pesi superiori a una certa soglia. Due di questi lavoratori avevano prescrizioni temporanee con una rivalutazione prevista nei mesi successivi”. I quattro lavoratori sono stati sospesi, senza retribuzione.
“La posizione dell’azienda era che non sapeva dove collocarli, perché non c’erano alternative per tutti”, dice Bortolato. Ma questa decisione è stata contestata ed è stato proclamato uno sciopero di cinque giorni, che ha portato a un negoziato.
Il sindacato chiedeva il reintegro dei quattro o almeno di garantire la loro retribuzione. “Noi sosteniamo che l’azienda deve trovare mansioni compatibili. In un magazzino ci sono diverse attività: etichettatura e altre funzioni. Non si può dire che non esistono alternative, soprattutto per lavoratori che hanno lavorato lì per venticinque anni”, sottolinea la sindacalista.
C’è anche un tema di responsabilità: l’alta incidenza di patologie muscolo-scheletriche in questo settore fa pensare che ci siano problemi legati alla sicurezza nel tempo. “Molti di questi lavoratori provengono da anni di lavoro e l’azienda non si può disinteressare del loro futuro”, continua la sindacalista.
Secondo l’ultimo rapporto dell’Inail il settore del trasporto e della logistica in Italia, in cui lavorano 1,2 milioni di persone, è tra i più pericolosi e tra i più esposti ai rischi di infortuni e malattie professionali: “Le denunce di malattia professionale per il settore dei trasporti e magazzinaggio tra il 2020 e il 2024 sono state in media tremila all’anno, pari al 7,2 per cento del totale. Si è passati dai 2.138 casi del 2020 ai 3.993 del 2024”.
Nel 2024 le patologie più frequenti (83 per cento) sono state quelle del sistema osteomuscolare e del tessuto connettivo, soprattutto disturbi dei dischi intervertebrali ed ernie dovute a sforzi eccessivi e a posture fisse e prolungate che portano a degenerazione, perdita di elasticità e disidratazione dei dischi.
Queste malattie si manifestano in persone con un’età compresa tra i quaranta e i 59 anni, quindi lavoratori con una lunga anzianità di servizio. Le cause sono strettamente legate all’organizzazione del lavoro: movimentazione manuale dei carichi, movimenti ripetitivi, posture forzate, ritmi elevati e lavoro notturno. Si tratta di fattori che, nel tempo, producono un’usura progressiva del corpo, spesso invisibile nelle fasi iniziali ma destinata a emergere dopo anni di attività.
“Le inidoneità parziali di solito si gestiscono con il ricollocamento del lavoratore in un’attività meno faticosa. Il 6 dicembre del 2025 è stato esteso a 18 mesi il periodo in cui è garantita la malattia per alcuni problemi di salute molto gravi come quelli oncologici. Ma per quanto riguarda le malattie professionali è in corso una battaglia per inserire gli autisti all’interno della categoria dei lavori usuranti. Questo permetterebbe loro di avere diritto alla pensione anticipata”, spiega Andrea Gambacciani, segretario nazionale della Filt Cgil, che conferma che in caso d’inidoneità i lavoratori rischiano il licenziamento e che non ci sono accordi sindacali al momento per affrontare il problema, anche perché fino a qualche tempo fa c’era un turn over molto alto in questo tipo di lavori, che spesso impiegano manodopera immigrata.
Andrea Bottalico, sociologo, docente all’università Federico II di Napoli e autore del libro La logistica in Italia (Carocci 2025) conferma il quadro delineato dai sindacati: “Il punto è che quando i corrieri sono internalizzati nell’azienda e non sono sottoposti al regime di appalti e subappalti la situazione diventa ancora più critica, perché è l’azienda stessa a doversi occupare delle conseguenze dei carichi di lavoro sempre più stressanti, ritmi di lavoro da 120 consegne al giorno che provocano a lungo andare ernie e artrosi”. Ma queste non sono considerate malattie professionali.
Il contratto collettivo prevede delle tutele per “gli idonei con limitazioni”, ma la questione rimane complessa. “Intanto nel regime di appalti e subappalti il problema è anche capire chi deve rispondere di queste malattie professionali”, continua il docente, che sottolinea che spesso la non idoneità viene usata per eliminare i lavoratori più anziani o quelli più sindacalizzati. “I corrieri espressi rientrano nella categoria del ‘lavoro gravoso’ dal punto di vista previdenziale e non del ‘lavoro usurante’ ed è quindi meno tutelata”, spiega Bottalico.
“Lungo la catena logistica del trasporto merci si tratta sempre di lavori usuranti, perché sottoposti a pressioni commerciali e competitive molto forti e quindi a ritmi insostenibili sia dal punto di vista psicologico sia da quello fisico per i lavoratori”, conclude il sociologo, che da anni studia la condizione dei corrieri nella zona di Napoli e provincia.
“Il problema di fondo è che si tratta di un lavoro usurante e il sistema non prevede tutele adeguate”, continua la sindacalista Eleonora Bortolato. La legge consente il licenziamento in caso d’inidoneità permanente. “Nei casi che abbiamo seguito a Bologna siamo arrivati a un accordo e, dopo un mese dalla mobilitazione, i lavoratori sono stati reintegrati ed è stato riconosciuto che la sospensione non può avvenire senza retribuzione”.
Resta però aperta la questione di cosa succederà in futuro in casi simili: “È necessario prevedere strumenti di tutela economica per chi non può più lavorare a causa dei problemi di salute provocati dal lavoro che ha svolto. C’è bisogno di una norma di rango superiore che si occupi di casi come questi”.
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