“Uno scrittore che possiede quella forma speciale di contemplare le cose”, dice Raymond Carver in un breve saggio, riferendosi al modo peculiare di appropriarsi del mondo che ogni buon narratore dovrebbe avere. Questa è, forse, una delle costanti della narrativa di Alejandro Zambra (nato a Santiago del Cile, 1975). Modi di tornare a casa è allo stesso tempo la consacrazione della sua opera e la ricerca di una direzione diversa, la volontà di rappresentare in modo ampio, lontano da posizioni parziali e definitive, come si è trasformata la società cilena dopo il colpo di stato, negli anni della dittatura e dell’autoritarismo. La dittatura è una presenza che ha bisogno di essere spiegata. Nel testo non intervengono attori diretti sul piano politico. Raúl per esempio è un militante che è sostanzialmente un fantasma. I bambini, Claudia e il narratore, parlano di lui, ma il personaggio non ha voce. Lo stesso accade con il regime. Non è una presenza che scarica direttamente la sua violenza sui personaggi: il romanzo non intende descrivere crimini né poliziotti che organizzano operazioni. Preferisce, piuttosto, parlare degli effetti sui personaggi e nelle relazioni tra di loro. Zambra riesce a costruire un romanzo che ricrea la società cilena e offre alla generazione dell’autore un punto di appoggio per comprenderla.
Rómulo Torre Toro, El Hablador

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Questo articolo è uscito sul numero 1663 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati