Per trecento anni una sorta di albero magico è rimasto in piedi nelle foreste pluviali delle isole Queen Charlotte, nella Columbia Britannica. Era un abete di Sitka, perfetto come un albero di Natale al Rockefeller center, ma ricoperto di aghi dorati. Alto quanto un edificio di sedici piani e con un tronco di più di sei metri di circonferenza, l’abete dorato era sacro per il popolo nativo haida, sulla costa nordoccidentale. I turisti lo osservavano con stupore. Una notte del 1997, mentre nessuno guardava, un uomo armato di motosega praticò una serie di profonde incisioni “chirurgiche” nel tronco. Due giorni dopo, l’albero crollò. La vita e la morte di questo albero straordinario, insieme alla vita tormentata dell’uomo che lo abbatté, costituiscono l’ossatura narrativa dell’Albero d’oro. Ma John Vaillant, giornalista che vive a Vancouver, usa questo crimine ecologico per raccontare qualcosa di più ampio. Con una prosa ricca e pittorica, evoca il mondo naturale in cui l’abete dorato cresceva: la foresta pluviale temperata del Pacifico nordoccidentale. Questo eden mite e piovoso è il suo grande tema, insieme ai popoli nativi che lo abitano e ai boscaioli che, con efficienza implacabile, lo hanno spogliato. Il libro ha le sue debolezze strutturali, ma quando Vaillant evoca il mondo dell’albero è assolutamente ipnotico. Le descrizioni delle isole Queen Charlotte, con la loro luce nebbiosa e le foreste come cattedrali, sono memorabili.
William Grimes, The New York Times (2005)
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Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati