Salman Rushdie continua a scrivere anche se perseguitato. L’undicesima ora, raccolta di cinque racconti, sembra una sorta di coda alla sua carriera. Sono storie attraversate dalla morte. Una si intitola Tardi: una fantasia sull’aldilà in cui un accademico di Cambridge, la cui vita ricorda insieme quella di E.M. Forster (autore di un grande romanzo sull’India) e di Alan Turing (decifratore di Enigma), muore e perseguita una studente indiana, Rosa. A unirli sono forse i crimini sepolti dell’impero. Il musicista di Kahani racconta di un bambino nato a mezzanotte (“l’ora canonica delle nascite miracolose dalle nostre parti”) che a quattro anni diventa un pianista prodigio. I racconti sono piacevoli ma non particolarmente forti. Rushdie in ogni caso è stato una delle grandi fonti della narrativa contemporanea. Le sue tracce sono ovunque nel grande romanzo inventivo del ventunesimo secolo: nelle gocce di pioggia senzienti di Elif Shafak, nelle famiglie melodrammatiche di Kiran Desai, nelle metamorfosi di Mohsin Hamid e in quelle di Marlon James. “Le parole ci abbandonano”, recita l’ultima frase dell’Undicesima ora. Le parole non hanno ancora abbandonato Rushdie, anche se, in questo libro consapevolmente crepuscolare, l’originalità spettacolare del suo periodo migliore suona più come un’eco lontana.
Kevin Power, The Guardian
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Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati