Una giovane famiglia della Cappadocia, perseguitata da concittadini invidiosi, trova rifugio a Smirne. Lì, protette e assistite dall’incarnazione terrena della dea assira Astarte, le donne della famiglia apprendono la magia e la usano per uccidere, manipolare, mentire, sedurre e scalare i livelli più alti della società della città ottomana. Anni dopo, quando la protagonista, dopo aver ucciso il marito ed essere fuggita in Grecia, muore, il suo spirito si fonde con quello della nipote e il ciclo si ripete sotto la guida divina di Astarte, questa volta per un bene collettivo e non più individuale. Alla domanda sul perché proteggesse le sue discepole anche quando facevano soffrire gli altri, Astarte risponde: “Mi piace che le mie ragazze si divertano”. Questa, in breve, è la trama del romanzo Le streghe di Smirne, un successo editoriale che ha travolto la Grecia ed è stato adattato per una serie televisiva. Presentato come un’incursione nel realismo magico, già di per sé un gesto anticonformista nella letteratura greca contemporanea, è un romanzo sfaccettato, la cui importanza non va sottovalutata. L’autrice adotta uno stile impressionistico e quasi televisivo: vediamo quel mondo attraverso gli occhi delle protagoniste, come se fossimo lì. Questa fusione tra testo e lettore, rafforzata dal dispositivo della protagonista che legge il diario della zia, esprime chiaramente la concezione dell’autrice del ruolo dello scrittore. In questo, la sua abilità è notevole.
Dean Kalimniou, Neos Kosmos (2006)

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Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati