Sono passati più di trent’anni da quando Irvine Welsh pubblicò Trainspotting. Per rendere l’idea: oggi quel romanzo è lontano nel tempo quanto Comma 22 _o _Il buio oltre la siepe lo erano per i lettori del 1993. Eppure questa proporzione continua a sembrare sbagliata. Perché, nonostante la distanza storica, il debutto nervoso, popolare e sfrontato di Welsh conserva ancora qualcosa di profondamente vivo, stranamente contemporaneo. Trainspotting è stato uno di quei rarissimi eventi letterari in cui un libro stilisticamente audace e acclamato dalla critica riusciva a intercettare così bene lo spirito del tempo da trasformarsi anche in un fenomeno commerciale, vendendo più di un milione di copie. Per certi versi, dunque, Men in love ha perfettamente senso come romanzo del 2025: ferrivecchi in una cultura contemporanea fatta quasi soltanto di ferrivecchi. È il quinto spin-off di Trainspotting, ma prende il posto di Porno (Guanda 2002) come sequel più diretto dell’originale riprendendo la storia esattamente da dove era finita. Ritroviamo i protagonisti dispersi ai quattro venti: Renton che cerca di rifarsi una vita ad Amsterdam, Sick Boy intento a scalare la società londinese, Spud che prova a vivere più tranquillamente e Begbie che rimbalza tra il carcere e i vecchi giri. In capitoli alternati in prima persona, seguiamo i personaggi mentre tentano di capire che cosa possa significare per loro la vita adulta. Renton cerca di fare i conti con il proprio passato; Spud oscilla tra il sincero desiderio di cambiare e il richiamo irresistibile della dipendenza; Sick Boy trasforma il proprio fascino sociopatico in un’arma di guerra di classe; Begbie resta prigioniero dell’impulsività e della violenza. Tutto culmina in un caotico matrimonio dell’alta società, tragicomico scontro di mondi in cui la vecchia élite thatcheriana guarda con disgusto l’improvvisa presenza del popolino che metaforicamente piscia nel laghetto ornamentale. Superate le cinquecento pagine, si ha la sensazione che Men in love avrebbe avuto bisogno di un editing più rigoroso. Va detto però che pochissimi scrittori sperimenteranno cosa significhi proiettare un’ombra così lunga sulla cultura contemporanea, e sarebbe ingeneroso giudicare senza conoscere quella sensazione. Keiran Goddard, **
**The Guardian
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Questo articolo è uscito sul numero 1665 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati