Train on the island è un album che vi entra nel corpo senza che ve ne rendiate conto. È intimo in un modo leggermente snervante, come qualcuno che ti parla così vicino da farti sentire il suo alito. La sensazione immediata è di pesantezza unita alla tenerezza; non una pesantezza drammatica, ma del tipo che si accumula lentamente. Alla fine dell’album, ti sembra di aver fatto i conti con un sentimento che era già dentro di te, ma a cui non avevi ancora dato un nome. La voce della cantautrice neozelandese è ferma, il tono è colloquiale così da alleggerire il peso delle parole. Non ci viene chiesto di essere colpiti dal suo dolore, ma di notare il nostro. Gli strumenti rinforzano questa intimità: il piano si muove lento e libero, ripetendosi senza soluzione; le chitarre fluttuano entrando e uscendo, anziché crescere in intensità; le percussioni sono spesso ridotte a battiti più simili al ritmo corporeo. Niente è affrettato. Le canzoni sembrano affidarsi alla quiete, lasciando che siano i piccoli cambiamenti tonali a trasmettere il peso emotivo, anziché i cambiamenti dinamici. Al termine di questo lavoro non resta né un ritornello né un concetto preciso, bensì uno stato d’animo che ci segue per ore. Ci rende più calmi e proiettati verso l’interno, consapevoli dello spazio tra i pensieri. Train on the island non offre catarsi ma una compagnia nell’incertezza. La sua potenza è nel farsi capire senza spiegarsi.
Tuhin Chakrabarti, Northern Transmissions

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Questo articolo è uscito sul numero 1665 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati