Arrivano in sala due grandi film, che poco dopo Un anno di scuola di Laura Samani indagano e fotografano con ulteriore precisione il mondo dei giovani, adolescenti o poco più, in maniera sottile e intensa, quanto adatta a tutte le generazioni: il romeno Tre chilometri alla fine del mondo, di Emanuel Pârvu, vincitore nel 2025 a Cannes della Queer palm, e il francese E i figli dopo di loro, dei fratelli Ludovic e Zoran Boukherma, vincitore nel 2024 a Venezia del premio Mastroianni per l’attore emergente.

Entrambi crudi e delicati in maniera indissolubile, il primo dall’incantevole quiete, ma solo apparente, ambientato nel delta del Danubio, il secondo più rock e movimentato, ambientato nell’est della Francia.

Due film freschi, ispirati e sensibili, che indagano meravigliosamente soprattutto volti e corpi giovanili, ma anche volti e corpi maturi all’interno di altrettanto magnifici paesaggi, di una luce leggera e solare, estiva, una natura che cozza, stride con il determinismo delle costrizioni e convenzioni sociali, dei pregiudizi razziali, religiosi o di genere, dell’alienazione determinata dall’ossessione per lo status e dalla perdita del lavoro. Con tutta la marginalizzazione che ne consegue.

Nel momento in cui si apre il festival di Cannes, con una selezione molto promettente e in cui allo stesso tempo si addensano molte nubi sul fondamentale cinema statunitense, sono importanti film d’autore del genere, incentrati sui ragazzi. Perché arrivano quando per loro si restringe la nozione di futuro, la linea d’orizzonte. Proprio come, paradossalmente, succede appunto al cinema statunitense, fondamentale per trainare il grande pubblico – per esempio con la bella riuscita di Il diavolo veste Prada 2 di David Frankel – e che a volte riesce ancora a unire arte e intrattenimento in modo unico, come di recente hanno dimostrato, nella loro grande diversità, Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson e Avatar. Fuoco e cenere di James Cameron.

Tra paradiso e inferno

Veniamo però a Tre chilometri alla fine del mondo e a E i figli dopo di loro. Con il racconto di un’estate nel caso del primo, quattro nel secondo, anche se in quest’ultimo sembra un’unica stagione, tale è la densità e la concentrazione di personaggi e avvenimenti, come fosse un unico flusso.

Nel terzo lungometraggio di Pârvu assistiamo alle giornate tranquille, quiete, di uno studente che è tornato a casa dalla capitale romena, dove studia, per passare le vacanze e riposarsi con i suoi genitori in un grazioso villaggio sul delta del Danubio (e proprio per questo raggiungibile solo in barca). Ma prima di questo, a interrompere i titoli di testa, un frammento d’immagine paradisiaca, un’inquadratura panoramica sulla spiaggia, fra tramonto e crepuscolo, dove si stagliano le silhouette di due ragazzi che parlano, solitari, con dietro l’orizzonte del mare.

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Un’immagine che è anche la metafora del paradiso potenziale che potrebbe essere quel luogo e quella vacanza e, per estensione, l’esistenza su questo pianeta se l’umanità non avesse la straordinaria capacità di complicarsi la vita e creare drammi invece di guardare alle cose con semplicità, compassione e comprensione. Anche e soprattutto quando gli eventi collidono con la propria striminzita visione del mondo. In realtà quel frammento di paradiso estivo preannuncia il dramma, l’inferno (o inverno interiore) che verrà.

Alle sfumature del blu crepuscolare succedono quelle dell’interno di una bella abitazione rustica, dove molti oggetti, aste di legno, porta d’ingresso e tavoli sullo sfondo del cortile sono di un azzurro che ricorda qualcosa della Grecia. È una bella inquadratura in orizzontale, che taglia gli ambienti interni e incornicia quelli esterni grazie a un uso rigoroso della profondità di campo. Una costante del film.

All’interno una coppia matura discute di soldi, molto preoccupata, quasi oppressa, da un debito. La moglie dice al marito di contattare dei bracconieri di loro conoscenza per uscirne. Sono i genitori di Adi, il protagonista. A questo punto il film torna ai titoli di testa e poi alla storia, con una bella inquadratura notturna, uno scorcio di villaggio e natura. Sono molti gli scorci catturati dalla cinepresa del regista, sempre in orizzontale, capaci di far sentire allo spettatore gli spazi. In questo vediamo di nuovo i due ragazzi della spiaggia passeggiare per un viottolo, con aria complice.

Adi (Ciprian Chiujdea, bravissimo) si alza tardi, esce con le sue amiche. Ma una sera è picchiato ferocemente. I genitori, sconvolti, sporgono denuncia e vogliono che i responsabili siano scoperti e puniti. A tratti il volto tumefatto di Adi, filmato di profilo, oscilla tra una nobiltà statuaria e insieme sofferta.

Una sottile ambiguità

Si capisce ben presto che gli aggressori sono i figli di Zentov, cioè l’uomo con cui il padre di Adi è indebitato e che è oltretutto parente di un alto funzionario pubblico. Un boss locale insomma, anche se non c’è niente di malavitoso. E sta proprio qui una delle molte finezze del film, cioè la lenta ma implacabile messa in scena di una sottile ambiguità morale ed etica, senza però che vi sia un male evidente. Proprio questa indefinitezza sistemica – nei ruoli, nei princìpi, nelle procedure, nelle (non)ammissioni, nel continuo oscillare come un pendolo tra il detto e il non detto – forma una nebulosa nera e opprimente che genera il male vero. Nella dolcezza della luce estiva.

Siamo in Romania e non in Ungheria e tuttavia Adi, senza pesantezze didascaliche, rappresenta chiaramente la generazione anti-Orbán, cioè contro tutti i populismi di estrema destra che infestano l’Europa dell’est, come le zanzare il delta del Danubio. I genitori tradizionalisti, così come il prete, pacioso quanto terribile, rappresentano invece i sostenitori del populismo nazionalista.

Mentre il capo della polizia locale indaga – interessantissimo personaggio dalla natura ambivalente, proprio lui che dovrebbe incarnare la nettezza risoluta della legge – si oscilla continuamente tra commedia e dramma, che soggiace e cresce inesorabilmente anche se non si urla quasi mai.

Il comandante cerca di mantenere le distanze da Zentov, che vorrebbe addirittura spingerlo a far cadere la denuncia. Ma alla fine la ragnatela si estende, imbrigliando anche lui e perfino una funzionaria dei centri contro la violenza sui minori inviata da Bucarest.

L’onta è grande, enorme, incommensurabile. Il regista ricorre a ellissi per non far vedere quanto è successo, specchio del fatto che la stessa parola “omosessualità” nessuno riesce a pronunciarla in famiglia. Al di fuori sì, e nella sua forma più spregiativa: “È un frocio, che cazzo. Se si sparge la voce il villaggio brulicherà di loro. Vuoi far loro la guardia invece di andare in pensione tranquillamente? Porteranno anche ogni sorta di droghe. Hai visto quei maledetti in tv? Sfilano con il culo di fuori, pieni di piercing e roba del genere…”.

Qual è il futuro, la direzione possibile, in questa calma piatta, in questa linea retta permanente? In questo fuori così esteso e infinito, e che malgrado tutto si rivela altrettanto chiuso di un dentro? Insomma, una prigione? Secondo il regista, inteso “in senso metaforico, l’orizzonte si vede meglio dal luogo in cui la Terra finisce. Il delta del Danubio, nostra location di ripresa, è un paradiso visivo che contrasta fortemente con gli eventi del film”. E nel finale dove finalmente si dischiude una forma di orizzonte, a che prezzo succede?

Va sottolineato che i dialoghi sono perfetti, cesellati fin nelle sfumature, dando credibilità al tutto. E lo è anche la costruzione dei caratteri dei personaggi e delle situazioni. Questa sorta di mafia locale – che non ha nulla a che vedere con la criminalità organizzata, ma che confina con lo strozzinaggio e la corruzione – lo spettatore potrà facilmente trasferirla in situazioni italiane, non per forza del sud del paese.

Straordinari sono gli attori, a cominciare da quello che interpreta il padre (Bogdan Dumitrache): si fa davvero fatica a credere che non sia un attore non professionista del posto. Al contrario, è un professionista affermato che ha girato molti film romeni arrivati anche in Italia. E del resto anche lo stesso Pârvu ha lavorato con registi di primo piano come Cristian Mungiu (Un padre, una figlia, 2016). È un cineasta che dimostra una mano sicura a più livelli, facendone un autore interessante da seguire, a ulteriore dimostrazione di come la cinematografia romena sia tra le più significative a livello internazionale.

La lezione dei western

E i figli dopo di loro, quarto lungometraggio di Ludovic e Zoran Boukherma, che firmano come sempre sia la regia sia la sceneggiatura, questa volta tratta dall’omonimo romanzo di Nicolas Mathieu, comincia invece con la camera che inquadra il cielo azzurro e le nuvole, e scende poi lentamente, planando dolcemente sulla Terra: appare così, maestoso, non si sa bene se un ampio fiume o un lago, circondato da una folta foresta: un’inquadratura panoramica dall’alto in cinemascope di un paesaggio da film western, con il lago circondato da montagne e da grandi foreste di conifere.

Non si pensa per forza, tra i tanti possibili riferimenti, a western acclamati. Viene in mente l’inizio mozzafiato di un titolo spesso giudicato come medio, La magnifica preda (1954), unica incursione nel western sia del grande Otto Preminger sia di Marilyn Monroe (insieme a Robert Mitchum).

Lì nei primi minuti (andrebbe rivisto su grande schermo, restaurato) la camera scende dall’alto, facendo seguire un panorama a un altro di rara bellezza, esempio perfetto dell’educazione romantica al paesaggio che è stato il cinema western. La magnifica preda è dominato dagli imponenti scenari del Banff national park e del Jasper national park nella provincia dell’Alberta, in Canada, ed è stato il primo lungometraggio girato in cinemascope nel paese.

In E i figli dopo di loro non siamo nell’ottocento ma nell’agosto 1992 (anno di nascita dei due registi) e non siamo in Canada ma in una zona dalla grande bellezza paesaggistica nell’est della Francia, tra boschi, laghi e montagne. In una valle in cui una grande città è stata attraversata dalla chiusura e dalle dismissioni di importanti impianti industriali. Protagonisti tre adolescenti che si incontreranno e si affronteranno lungo altre estati: quelle del 1994, del 1996 e infine del 1998.

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La crudezza del linguaggio tra adolescenti è qui abilmente presentata come normalità, un naturalismo della recitazione (il film è intenso e facile da seguire, da vedere in versione originale) che comprende un linguaggio appunto sboccato: “Mi sto rompendo le palle!”. E poi: “Che puzza!”. E l’altro: “Sei tu che puzzi di merda!”. “Vaffanculo!”. E ancora: “Sei tu che fai paura!” (alle ragazze). “Con la tua faccia da culo!”.

Sono gli scambi iniziali tra il protagonista Anthony (lo straordinario Paul Kircher, vincitore del premio Mastroianni) e suo cugino (Louis Memmi). I due prima di accostare delle ragazze sulla spiaggia del lago hanno rubato una canoa, inseguiti dai proprietari proprio come in un film western si è inseguiti dagli indiani (in La magnifica preda si fugge su una sorta di zattera lungo un fiume e delle rapide). Ma la realtà è più prosaica. Come fa notare subito Anthony, l’acqua del lago è così inquinata che ha paura di prendersi “il tifo o anche l’aids!”.

Se il film si apre come in risonanza con gli spazi del western, è perché qui gli ambienti sono aperti e incontaminati solo all’apparenza, tra inquinamento delle acque, dismissioni e abbandoni delle fabbriche, degrado degli ambienti e delle situazioni familiari. Come nel film romeno i grandi spazi in realtà sono chiusi. A chiuderli in buona parte è la società, in maniera deterministica. Una grande solitudine circonda tutti.

Anthony è il tipico adolescente insofferente verso tutti, e anche se goffamente racchiude una grande dolcezza vuole essere un duro: con una pistola scimmiotta anche il Robert De Niro del Taxi driver di Martin Scorsese nella celebre sequenza allo specchio. Va a una festa con la moto del padre, che l’uomo custodisce gelosamente in garage come preziosissima reliquia.

Gliela rubano dei ragazzi magrebini, non invitati e che si sentono esclusi, con i quali Anthony si è scontrato. È l’inizio infernale di una girandola di azioni convulse che portano come in un effetto domino alla distruzione di due famiglie, quella di Anthony e quella di Hacine (Sayyid El Alami, straordinario e secondo solo a Kircher come interpretazione e volto).

Ma se i fratelli Boukherma si rivelano qui grandi autori e realizzano probabilmente un capolavoro, è anche perché filmano con sensibilità e calore ambienti e situazioni. La festa di compleanno, così come poi la fine, catartica e tragica, della festa di paese, sono i due momenti in cui eccellono.

La festa di paese merita di essere guardata con attenzione: le eleganti carrellate verticali durante il ballo – trascinante la colonna sonora – trovano il loro culmine nella carrellata in orizzontale dei partecipanti che osservano pieni di meraviglia i fuochi d’artificio e il controcampo sugli stessi fuochi che sembrano qualcosa di mai visto prima. Un momento di magia che rappresenta in realtà il momento metafisico del film: l’anelito a qualcosa di più alto, a elevarsi e forse fuggire da una realtà che appesantisce ogni atto quotidiano in una fatica senza fine.

È questo coacervo di frustrazioni a creare una vera e propria circolazione del male, che sembra senza fine ma che forse trova la sua conclusione con una vittima sacrificale, spezzando così una sorta di incantesimo malefico e riportando tutti all’umanità, in particolare Anthony e Hacine.

I due cineasti riescono a delineare un grande ritratto intimo e corale, sociale e (inter)generazionale, in cui tutti sono un po’ vittime e carnefici degli altri così come, in definitiva, di se stessi. Di adolescenti che hanno difficoltà o anche impossibilità a diventare adulti e infine di adulti, sostanzialmente maschi, che non sono mai riusciti a diventarlo veramente. E ancora di figli che giudicano impietosamente i genitori e ne diventano come dei killer, e di ragazzi killer potenziali che diventano quasi dei salvatori. La circolarità del male è tanto sociale quanto spirituale.

E il finale, fortemente lirico, di Anthony in moto tra le tortuose strade di montagna che si lascia alle spalle un passato inquietante e doloroso, e corre verso un orizzonte aperto e incerto, non è molto diverso da quello di Adi. Due sintesi della situazione in cui si trovano i ragazzi del mondo intero. E il cinema stesso.

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