La coreografia dei vertici tra Stati Uniti e Cina permette di solito di salvare le apparenze, consentendo a ciascuno di rivendicare un successo. Quello che si è concluso a Pechino il 15 maggio non ha fatto eccezione. Donald Trump si è vantato dei successi commerciali per le promesse di un importante contratto a favore dell’azienda aeronautica Boeing o dell’apertura del mercato cinese alle aziende statunitensi. L’accoglienza curata nei minimi dettagli del presidente cinese Xi Jinping al suo collega statunitense aveva l’obiettivo di presentare i due paesi su un piano di parità, ed è stato raggiunto. Xi ha segnato un punto simbolico ricevendo gli elogi di un visitatore appesantito dall’impasse della guerra contro l’Iran, alleato di Pechino. Il presidente cinese può continuare a incarnare la stabilità di fronte ai disordini alimentati dalla Casa Bianca.
Xi ha risposto ai complimenti di Trump con avvertimenti freddi. Ha ribadito l’inevitabilità, secondo lui, del ritorno di Taiwan alla Cina continentale, anche se il presidente statunitense non ha cambiato pubblicamente la posizione del suo paese, come vorrebbe Pechino. La Cina chiede che Washington si opponga all’indipendenza di Taiwan, invece di limitarsi a non sostenerla. L’avvertimento più importante ha riguardato i rapporti tra due paesi che si contendono il ruolo di maggiore potenza mondiale. Xi ha menzionato la “trappola di Tucidide” che, a suo avviso, Cina e Stati Uniti devono evitare. Il riferimento allo storico greco, cronista della guerra del Peloponneso che oppose Sparta e Atene, non sorprende. Secondo Xi la trappola rimanda alla fatalità di un conflitto tra una potenza in declino, gli Stati Uniti, e una emergente, la Cina.
Una simile rappresentazione va a vantaggio di Pechino, e Trump contribuisce accumulando decisioni sbagliate. Il presidente statunitense, che attacca i suoi alleati tradizionali e non parla più di democrazia e delle sue virtù, in questo modo riduce drasticamente il soft power in cui gli Stati Uniti hanno primeggiato per decenni.
Trump non è nuovo a questo genere di cose. Nel 2017 aveva interrotto, per ostilità verso il libero scambio, un accordo di partenariato transpacifico con alcune potenze regionali il cui obiettivo era proprio arginare Pechino. È triste che non se ne sia tratto alcun insegnamento. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1666 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati