È finito l’idillio tra il presidente senegalese Bassirou Diomaye Faye e Ousmane Sonko, il primo ministro destituito il 22 maggio. Da mesi il loro rapporto era appeso a un filo, a causa di una frattura politica difficilmente dissimulabile, caratterizzata da divergenze sulla gestione del potere e su alcune nomine importanti, nonché dalle rivalità tra le rispettive cerchie in vista delle presidenziali del 2029.
A fare da detonatore della crisi è stata la questione dei fondi politici. Sonko ha contestato pubblicamente l’uso di queste somme – previste dal bilancio statale – che sono a disposizione del presidente, del primo ministro e dei servizi segreti per finanziare attività sensibili o strategiche. Chiedendo di abolire o ridurre questi fondi, che sono da sempre uno strumento per costruire alleanze e consolidare il potere, Sonko ha voluto ergersi a moralizzatore e ha dato l’impressione di correggere e sorvegliare il presidente. Ha cercato di mostrarsi come il custode della rottura con il vecchio regime che aveva promesso nella campagna elettorale del 2024 ai militanti del partito Pastef (formazione di sinistra all’opposizione fino a due anni fa) .
Rischi e vantaggi
Diomaye Faye ha visto mettere in discussione la sua autorità e la sua risposta è stata immediata. Allontanandosi da Sonko, il presidente vuole rassicurare una parte delle élite diplomatiche ed economiche, preoccupate dalle tensioni interne e dal conflitto ai vertici dello stato. Ma corre anche il rischio di essere percepito da una parte del Pastef come colui che, emancipandosi dal suo mentore politico, potrebbe snaturare la rivoluzione che aveva promesso ai cittadini.
Per Sonko la fine dell’incarico di primo ministro paradossalmente potrebbe essere un vantaggio, perché gli permette di ritrovare una certa libertà di esprimersi, riappropriandosi della sua capacità di arringare e mobilitare le folle. A meno di un anno dalle prossime elezioni amministrative, la crisi può destabilizzare il Pastef: le candidature, le alleanze locali e le strategie regionali rischiano di essere compromesse dalle rivalità interne. Una parte dei militanti potrebbe privilegiare la fedeltà personale a Sonko al rispetto delle cariche istituzionali.
Ma se si spinge troppo oltre, Sonko potrebbe anche veder ripartire i processi giudiziari a suo carico (era stato processato per stupro nel 2023 e condannato a due anni di carcere per un’accusa minore, poi aveva beneficiato di un’amnistia). Il braccio di ferro con l’ex alleato potrebbe costargli caro. Insomma, la rottura tra i due sembra ormai consumata, anche se una riconciliazione rimane teoricamente possibile; del resto, i loro destini restano ancora legati. Un confronto duraturo comporterebbe inevitabilmente una ricomposizione delle alleanze, il che non sarebbe di buon auspicio per il partito al potere e per Diomaye Faye, in un Senegal storicamente abituato all’alternanza democratica ai vertici dello stato. ◆ adg
◆ Il 26 maggio 2026, quattro giorni dopo aver perso il posto di primo ministro, Ousmane Sonko, 51 anni, è stato eletto presidente dell’assemblea nazionale, sostituendo El Malick Ndiaye che si era dimesso due giorni prima. Nel suo primo discorso Sonko ha promesso che non userà il suo nuovo incarico per vendette personali, ma in quanto presidente del parlamento – la seconda carica dello stato – avrà la possibilità di ostacolare l’approvazione delle leggi volute dal presidente Bassirou Diomaye Faye, 46 anni, anche se i due appartengono allo stesso partito. Il 25 maggio era stato nominato primo ministro l’economista Ahmadou al Aminou Lô. Uno dei suoi compiti principali sarà risanare le finanze del Senegal, che si è visto congelare un prestito da 1,8 miliardi di dollari dal Fondo monetario internazionale (Fmi) dopo la scoperta che il debito pubblico era in realtà molto più alto di quanto dichiarato dal precedente governo di Macky Sall. Sonko ha sempre adottato una linea dura nei confronti della ristrutturazione del debito (che oggi è pari al 132 per cento del pil), mentre Diomaye Faye ha mostrato un maggiore pragmatismo, con l’intenzione di riconquistare la fiducia dell’Fmi e degli investitori stranieri. Le Monde Afrique, Bloomberg
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Questo articolo è uscito sul numero 1667 di Internazionale, a pagina 19. Compra questo numero | Abbonati