Nell’opera di Alexander Calder tutto deve muoversi, frusciare, scricchiolare. È la natura stessa di questi oggetti cinetici, che inizialmente lo scultore aveva immaginato animati da motori o dalla mano dello spettatore, prima di abbandonarli al vento e alle variazioni di temperatura. Da oggetti insignificanti, frammenti di utensili rotti e materiali di recupero, creò quasi subito il Cirque Calder, un circo in miniatura con sipario, pista, recinzioni, figure umane e animali. Nel giro di pochi mesi i suoi ritratti in filo di ferro di Kiki de Montparnasse, Joséphine Baker o Fernand Léger conquistarono Parigi e New York. Poi, nel pieno della sua ascesa, arrivò la svolta decisiva, l’incontro con Piet Mondrian nell’ottobre 1930, che cambiò radicalmente la direzione artistica di Calder. Cominciò a dipingere grandi tele astratte e aderì al gruppo Abstraction-Création. Quindi arrivarono i primi mobiles, battezzati così da Marcel Duchamp, e le grandi strutture statiche, che Jean Arp chiamò stabiles. L’installazione di Black flag (1974) e un modello di Five swords (1976) sui prati della fondazione non sono le uniche sorprese della mostra.
Le Figaro Magazine
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1672 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati