Il pvc trasparente e aderente, una pelle sintetica dall’aspetto orribilmente chirurgico, ricopre tre dipinti tridimensionali simili a trofei di un serial killer. Attraverso l’involucro si vedono le interiora viola e cremisi che colano dalla parete formando avvallamenti e protuberanze, contenute da questi sacchi da macellaio. Il trittico non è più macabro del Bue macellato di Rembrandt o di una crocifissione. Kapoor affronta i temi dei maestri del passato in un giro sulle montagne russe metafisiche, un bagno di sangue divino, un viaggio pieno di espedienti e sorprese. Il quadrato nero dipinto sul muro, per un gioco ottico sembra un vuoto che conduce a regioni sconosciute. Le opere realizzate in vantablack, un nanomateriale che assorbe la luce, lateralmente rivelano forme solide sporgenti che scompaiono da un punto di vista frontale. Come san Tommaso, viene voglia di affondare un dito nel vuoto per credere. L’interesse per il divino è ancora più esplicito nella sala successiva, dove una montagna capovolta appesa al soffitto s’intitola Monte Moriah: alle porte del ghetto, il luogo dove dio ordinò ad Abramo di sacrificare il figlio Isacco. The Guardian
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1673 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati