di Juan Pablo Sallato affronta un tema oggi più che mai pressante al livello globale: le sfide morali poste dell’autoritarismo e come i singoli individui dovrebbero reagire. Basato su eventi realmente accaduti, il dramma di Sallato è contemporaneamente impressionistico e molto preciso. Caratteristica che, unita alla sua asciuttezza, dà vita a un ritratto teso e intenso della crisi morale ed esistenziale di un uomo, che si svolge in un tempo che sembra quasi reale. Nel 1973, in Cile, il capitano Jorge Silva (Zárate) addestra i cadetti in una base dell’ae­ronautica di Santiago. Subito dopo il colpo di stato la base diventa un centro dove sono rinchiusi, interrogati e torturati gli oppositori del regime. In quello che sembra un atto di vendetta da parte del suo superiore, Silva, noto per la sua fedeltà all’ormai deposto Salvador Allende, è incaricato di interrogare un prigioniero. Ma pur essendo un militare che rispetta gli ordini, Silva dovrà anche assecondare i propri princìpi morali. Come László Némes nel suo dramma sull’olocausto, Il figlio di Saul, Sallato adotta una strategia precisa sulla rappresentazione della violenza: ci lascia vedere e sentire quel tanto che basta per capire cosa sta succedendo, ma evita accuratamente di mostrare qualsiasi brutalità.

I film sulla storia recente hanno la strana capacità di risultare attuali e pertinenti rispetto al momento in cui sono realizzati. Ambientato nel 1973, agli albori della dittatura di Pinochet, L’hangar rosso di Juan Pablo Sallato affronta un tema oggi più che mai pressante al livello globale: le sfide morali poste dell’autoritarismo e come i singoli individui dovrebbero reagire. Basato su eventi realmente accaduti, il dramma di Sallato è contemporaneamente impressionistico e molto preciso. Caratteristica che, unita alla sua asciuttezza, dà vita a un ritratto teso e intenso della crisi morale ed esistenziale di un uomo, che si svolge in un tempo che sembra quasi reale. Nel 1973, in Cile, il capitano Jorge Silva (Zárate) addestra i cadetti in una base dell’aeronautica di Santiago. Subito dopo il colpo di stato la base diventa un centro dove sono rinchiusi, interrogati e torturati gli oppositori del regime. In quello che sembra un atto di vendetta da parte del suo superiore, Silva, noto per la sua fedeltà all’ormai deposto Salvador Allende, è incaricato di interrogare un prigioniero. Ma pur essendo un militare che rispetta gli ordini, Silva dovrà anche assecondare i propri princìpi morali. Come László Némes nel suo dramma sull’olocausto, Il figlio di Saul, Sallato adotta una strategia precisa sulla rappresentazione della violenza: ci lascia vedere e sentire quel tanto che basta per capire cosa sta succedendo, ma evita accuratamente di mostrare qualsiasi brutalità. Jonathan Romney, Screen International

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1673 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati