L’album di debutto dei Mary in the Junkyard si apre con Mantra III, una canzone ripetitiva che riesce a comunicare sia bellezza sia disagio. Le sequenze di accordi sono pizzicate, le percussioni sono sporadiche e non seguono un tempo specifico, mentre le parole “questo è tuo, baby, te lo meriti” vengono ripetute in maniera inquietante più e più volte. Così la band britannica ci porta in un posto preciso e ci permette di sistemarci. Nella mezz’ora successiva saremo trascinati in qualcosa di più profondo e stratificato ma così bello da rendere questo lavoro uno dei debutti migliori degli ultimi tempi. Role model hermit non è la prima esperienza del gruppo, certo: ci sono già stati ep e concerti, apprezzati da pubblico e critica, tuttavia con il disco si sono perfezionati. Il risultato è sperimentale ma accessibile, inquietante eppure rassicurante. Una delle cose migliori è la voce di Clari Freeman-Taylor, così delicata e sotto controllo da fornirci conforto per tutto il tempo.
A. Petridis, The Guardian

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Questo articolo è uscito sul numero 1673 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati