Una grande fotografia a colori di un sito archeologico in rovina sembra appartenere più a una mostra dedicata a una civiltà precolombiana perduta. È proprio lì che Ana Mendieta avrebbe voluto trovarsi. Nata all’Avana nel 1948, a dodici anni fu mandata negli Stati Uniti per sfuggire alla rivoluzione. Tra i bianchi americani si sentiva un’estranea. La sua casa era il passato e la sua ricerca artistica sarebbe andata a scavare alle origini dell’arte e della mitologia. Mendieta realizzava opere con sangue, piume, fiori e sabbia, e lo faceva in modi così originali da far pensare che quelle sostanze primordiali fossero state appena inventate. Disegnava una sagoma umana con la polvere da sparo sul terreno o sul tronco di un albero e la incendiava. Spesso quella figura che si fonde con la natura è la sua. È un’arte radicata nella materia organica ed è anche un’arte attuale. Mendieta è morta nel 1985, a 36 anni, in circostanze poco chiare. Se non fosse precipitata dalla finestra del suo appartamento oggi sarebbe probabilmente in prima linea nell’arte contemporanea. Ma, a ben vedere, sarebbe stata altrettanto a suo agio nell’età della pietra. The Guardian
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Questo articolo è uscito sul numero 1680 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati