I Westside Cowboy sono una band di Manchester che dialoga con un immaginario proveniente dal rock alternativo statunitense. Nel loro debutto sembra di stare al tramonto in un’eterna estate oziosa, in uno stato di permanente malinconia. Il suono di It goes on è dominato da chitarre tese ma sfocate, spezzate da ritmici sintetizzatori che sfociano in una frenesia elettrizzante. Il movimento è lo stesso dall’inizio alla fine, in ogni canzone, che si sviluppa strumento dopo strumento per raggiungere un apice melodico e lasciare che le emozioni si schiantino in maniera brusca. È come se Take the skinheads bowling dei Camper Van Beethoven fosse stato ampliato e trasformato in un album. L’effetto è irresistibile. Ogni volta che sembra sopraggiungere la stanchezza veniamo investiti da gioia pura. La malinconia di Paper chains, per esempio, si libra da melodie strumentali allegre, perfette per un film di formazione. In Worried age la band si limita a cantare estasiata negli ultimi venti secondi, prima che la versione più incisiva del riff principale porti la conclusione. L’album chiude in maniera laconica, come ogni altro loro brano inferiore ai quattro minuti, e il cantante Reuben Haycocks sospira semplicemente: “È tutto”.
Alexander Ralston,
The Skinny
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Questo articolo è uscito sul numero 1681 di Internazionale, a pagina 124. Compra questo numero | Abbonati