L’aumento del prezzo del petrolio da luglio ha riportato l’inflazione e il costo della vita al centro del dibattito. Da anni le famiglie affrontano gravi difficoltà per trovare una casa e subiscono il forte rincaro dei beni di prima necessità. Le tempeste geopolitiche e l’impatto del Niño minacciano di ridurre ulteriormente il loro potere d’acquisto. Ora alla disastrosa avventura bellica degli Stati Uniti in Iran e alla chiusura dello stretto di Hormuz si aggiunge il controllo, da parte dei ribelli huthi dello Yemen, dell’accesso al mar Rosso, che minaccia un doppio blocco alla circolazione globale degli idrocarburi.

Per gli europei non si tratta di un conflitto remoto o astratto: ad agosto il rincaro dei prezzi dell’energia ha fatto schizzare l’inflazione al 3,3 per cento, il livello più alto da quasi tre anni. La Banca centrale europea ha reagito alzando i tassi d’interesse di 25 punti base. Tassi più alti possono limitare l’impatto della crisi energetica sui prezzi, ma la decisione di aumentarli non affronta le cause della crisi. Ulteriori rincari, inoltre, potrebbero avere conseguenze sull’attività economica.

Trovare un equilibrio tra i due obiettivi – il controllo dell’inflazione e il sostegno alla crescita – è complicato. Bisogna ponderare i prossimi passi ed evitare che le famiglie paghino due volte il conto: prima per fare il pieno di benzina o per il riscaldamento, e poi con un aumento della rata del mutuo.

I governi dovrebbero adottare misure che limitino l’impatto dei tassi sui consumatori e le aziende, e le banche centrali non devono perdere di vista gli effetti delle loro decisioni. Lo hanno dimostrato le recenti elezioni nel land tedesco di Sassonia-Anhalt, vinte dall’estrema destra. La perdita del potere d’acquisto e la mancanza di prospettive di crescita non sono mai innocue. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1683 di Internazionale, a pagina 19. Compra questo numero | Abbonati