I timori legati all’intelligenza artificiale (ia) non riguardano più solo la scomparsa dei posti di lavoro, la moltiplicazione dei data center, l’impatto ambientale o l’istruzione dei nostri figli. La potenza di questi sistemi, ormai, preoccupa perfino chi li sta creando. Il 12 settembre Dario Amodei, capo della Anthropic, ha proposto di rallentare lo sviluppo dei modelli più potenti. Il suo appello ha subito ricevuto il sostegno dei suoi principali concorrenti statunitensi. Poco prima, Jacob Coxon, ex ricercatore della OpenAi e della Anthropic, si era licenziato accusando le due aziende di “giocare con le nostre vite” nella corsa sfrenata al miglioramento dei modelli. Per ora gli esperti sono discordi sulle probabilità che un sistema d’intelligenza artificiale sfugga al controllo umano, ma il fatto che questa tecnologia progredisca più rapidamente della nostra comprensione dei rischi che comporta dovrebbe farci riflettere.
Gli inviti alla prudenza sono difficilmente traducibili in azioni concrete. L’intelligenza artificiale, infatti, non è più una tecnologia che si può mettere in pausa, ma è diventata il teatro di una gigantesca sfida industriale e geopolitica. Gli Stati Uniti e la Cina la considerano uno strumento di potere capace di generare grandi vantaggi militari, economici e strategici. In uno scontro di questa portata, rallentare quando l’avversario continua ad accelerare significa rischiare di perdere. Il presidente statunitense Donald Trump ha già sminuito gli appelli a frenare, dicendo che la priorità è mantenere il vantaggio degli Stati Uniti sulla Cina.
La logica finanziaria aggiunge slancio al processo. Centinaia di miliardi di dollari sono già stati investiti nei modelli, nei data center, nei microchip e nelle infrastrutture necessarie a svilupparla, con un’incrollabile fiducia nel miglioramento continuo delle sue capacità. L’adozione di regole per arginarne la crescita potrebbe destabilizzare le valutazioni finanziarie che la sostengono. E un’azienda può rallentare, ma non impedire ai concorrenti di continuare la corsa. Il dibattito, dunque, non riguarda un eventuale stop all’ia, ma le condizioni del suo ulteriore sviluppo. Davanti a una tecnologia i cui rischi superano i confini nazionali, anche l’inquadramento dovrà cambiare scala. Come già accaduto con il controllo degli armamenti nucleari, la sua gestione dovrà prevedere verifiche e impegni reciproci. Senza un accordo globale ogni potenza avrà un motivo per andare avanti: la paura di essere superata dalle altre. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1683 di Internazionale, a pagina 19. Compra questo numero | Abbonati