Un aumento stagionale dei casi di covid-19 in Europa e in Nordamerica ha attirato l’attenzione su una variante chiamata Xfg, che nell’ultimo anno è stata dominante in tutto il mondo. Dalla comparsa del virus nel 2019 se ne sono succedute diverse: dobbiamo preoccuparci ogni volta che sentiamo parlare di un nuovo ceppo oppure i contagi e i vaccini passati ci garantiscono un livello base di protezione?
A sei anni dal picco della pandemia di covid-19 “siamo ancora in un territorio strano e sconosciuto”, dice Danny Altmann dell’Imperial college London. “La situazione non è buona quanto speravamo: non è ancora come un normale raffreddore di cui ci accorgiamo a stento. Ma non è nemmeno grave quanto temevano alcuni colleghi, come se stessimo preparando la prossima catastrofe”.
Nei test di laboratorio la Xfg (nota anche come Stratus) risulta più abile a sfuggire agli anticorpi rispetto alle varianti precedenti, e questo sembra il motivo per cui è diventata dominante. Per la maggioranza delle persone, però, l’immunità fornita da vaccini e contagi precedenti sembra sufficiente a evitare che la malattia assuma una forma grave, quindi i ricercatori raccomandano calma e prudenza.
Tutte le varianti attualmente in circolazione discendono dalla Omicron, l’ultimo ceppo che ha ricevuto un nome, emerso nel 2021. Il virus “continua a evolversi”, dice Ian Mellis della Columbia university di New York, creando una successione di varianti nuove che scalzano le precedenti causando ondate di contagi.
La Xfg è stata individuata per la prima volta all’inizio del 2025 e a giugno dello stesso anno l’Organizzazione mondiale della sanità ha ufficialmente cominciato a monitorarla. Al momento rappresenta il 60 per cento circa dei casi mondiali sequenziati.
Questa variante è nata dallo scambio di materiale genetico fra due sottovarianti di un ceppo dell’Omicron chiamato Jn.1, spiega Mellis, avvenuto forse quando hanno infettato la stessa persona. All’inizio del 2026 Mellis e i colleghi hanno diffuso i risultati dei test su una serie di virus del covid, tra cui la variante Xfg e un’altra soprannominata Nimbus, per verificare gli effetti degli anticorpi umani. Ne risultava che anche se entrambe si legavano un po’ meno bene alle cellule ospiti questo limite era più che compensato da una maggiore capacità di sfuggire agli anticorpi rispetto alle varianti precedenti.
Questa capacità, sommata alla vasta diffusione della Xfg, rischia di esporre più persone a sintomi gravi e potrebbe provocare qualche ricovero in più, dice Altmann. Tuttavia finora non ci sono segni di un maggiore gravità della malattia o di un aumento dei ricoveri e dei decessi.
◆ In ** Italia**, secondo i dati del ministero della salute, i casi di covid-19 accertati tra l’8 e il 14 ottobre sono stati 308, contro i 262 della settimana precedente. Sono numeri limitati che però sottostimano probabilmente di molto quelli reali, a causa del basso numero di tamponi effettuati (12.848). Anche il tasso di positività è salito, passando dal 2,3 al 2,4 per cento.
Negli ospedali del Regno Unito, per esempio, nella prima settimana di ottobre sono stati individuati 1.638 casi di covid-19 contro i 1.328 della settimana precedente. Ma questi numeri rispecchiano le previsioni per l’autunno, e sono inferiori a quelli dello stesso periodo del 2025.
“Non ci sono ancora prove che le nuove varianti abbiano conseguenze più gravi o si diffondano più in fretta”, spiega Alexander Allen dell’agenzia di sicurezza sanitaria del Regno Unito, “e i vaccini attuali sono stati sviluppati per contrastarle”.
Evoluzione silenziosa
Per Aris Katzourakis di Oxford, invece, la valutazione immediata degli effetti di un virus può essere molto difficile. “Ci vuole tempo prima che un’ondata causi ricoveri e prima che questi siano resi noti”.
All’inizio dell’anno Leena Azhar e i colleghi del Fakeeh college for medical sciences di Gedda, in Arabia Saudita, hanno riesaminato le informazioni disponibili sulla variante Xfg concludendo che mostra un’evoluzione “silenziosa”, più in linea con adattamenti graduali che con un brusco passaggio a una maggiore virulenza.
Anche se il virus si sta allontanando ulteriormente dalla sua forma originaria e tante persone non si vaccinano da anni, “contiamo sull’immunità esistente”, dice Altmann. “Sta contribuendo a mantenere le cose sotto controllo”.
La situazione è ben lontana da quando era emersa la Omicron, aggiunge. “Era così diversa, sembrava devastante”. Di fronte alle ultime varianti Altmann non è troppo ansioso o preoccupato. “Siamo più o meno al punto dove eravamo”, dice.
Questo non significa che in futuro non possa emergere un ceppo più pericoloso, per esempio se molte mutazioni si accumulano in un individuo immunodepresso, come è successo con la variante Omicron. Per Mellis “c’è il rischio che compaia un nuovo ceppo capace di causare un’altra ondata di contagi”.
Fra l’altro oggi non c’è più un monitoraggio che potrebbe avvisarci in anticipo di questa eventualità: nell’ultimo anno, per esempio, il sequenziamento dei genomi virali è drasticamente crollato. Secondo Altmann i governi di tutto il mondo mostrano una preoccupante “apatia” a proposito dei richiami dei vaccini. La maggior parte dei bambini che cominciano ora la scuola non è mai stata vaccinata, sottolinea il ricercatore, e non sappiamo quali saranno le conseguenze. ◆ sdf
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Questo articolo è uscito sul numero 1688 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati