Colm Tóibín ha definito La terra degli alberi, primo romanzo di Alistair MacLeod, scritto in dieci anni, “quasi un capolavoro”. Questa storia magnifica e sottile intreccia poesia e storia, seguendo una famiglia fino all’esodo dal vecchio mondo e indagando la tenace fedeltà al sangue e al passato che unisce le generazioni. Alla fine del novecento, Alexander MacDonald, narratore quarantacinquenne, racconta la storia del suo clan, che prende il nome dall’antenato partito dalle Highlands nel 1779 e stabilitosi nell’odierna Nuova Scozia. MacLeod conosce bene questi luoghi: sullo sfondo di un paesaggio desolato, i personaggi vivono le proprie tragedie familiari all’ombra degli eventi che intrecciano le loro vicende alla storia canadese. È un romanzo tradizionale, che tra gli sperimentalismi contemporanei appare paradossalmente originale. Dietro il vasto affresco, i veri temi sono la famiglia, l’amore, la lealtà e il sostegno reciproco con cui le comunità rurali affrontano i lutti inattesi e un clima ostile, in una sorta di tribalismo. Ma questa fiducia nella solidarietà ha un lato oscuro: l’arrivo di un cugino americano che sfugge alla leva per il Vietnam mostra quanto la lealtà possa diventare distruttiva.
Stephanie Merritt, The Guardian

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Questo articolo è uscito sul numero 1689 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati