Le storie sui conflitti passati si presentano come atti di commemorazione. Ma chi li ha vissuti aveva bisogno di una serie in otto puntate per ricordarne gli orrori? In Una star a Derry, esordio di Séamas O’Reilly, l’invito a non dimenticare suona come una minaccia. L’attrice statunitense Monica Logue arriva a Derry, in Irlanda, per preparare una sontuosa miniserie sui Troubles, scritta da Diarmuid Walsh. Interpreta una madre cattolica a cui i soldati britannici hanno ucciso il figlio adolescente. Stringe amicizia con gli abitanti, ma il suo accento irlandese è incomprensibile. Quando scompare, l’ultimo ad averla vista è Diarmuid, che teme di perdere la grande occasione. Tra voci e sospetti, ogni capitolo passa la parola a un abitante, in un monologo in prima persona. Questo libro divertentissimo ritrae con brillante amarezza la trasformazione dell’Irlanda del Nord in spettacolo hollywoodiano e il turismo dei Troubles. O’Reilly sa cogliere comportamenti bizzarri e comicità nelle nostre miserie. Nel finale crea aspettative che non soddisfa, ma la compagnia offerta lungo il percorso lo fa perdonare. Nessuno si preoccupa troppo dell’attrice: la produzione continua, e tutti cercano di guadagnarci. C’è chi offre la casa come set e un ex militante dell’Ira che si propone come consulente. Come biasimarli, se la televisione di qualità ha ceduto alla pornografia del trauma e nulla è troppo intimo per riempire cataloghi online? Il dolore serve a vendere detersivi e assicurazioni.
Olivia Ovenden, The Observer
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Questo articolo è uscito sul numero 1689 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati