Una società che tradisce i giovani
◆ Ho letto con attenzione la lettera della ragazza di 22 anni che cita l’articolo sulle proteste dei giovani (Internazionale 1687). Ho settant’anni e sono pienamente d’accordo con quanto scritto nell’articolo e con quanto detto dalla ragazza. Non ascoltiamo i giovani e li colpevolizziamo se osano manifestare nel tentativo di farsi sentire. A quattordici anni possono essere processati e condannati, ma per votare bisogna averne diciotto. Le manifestazioni degli studenti ricordano tanto il sessantotto francese. Anche se quelle rivendicazioni hanno avuto effetto, in Italia, negli anni successivi, io ne ho goduto i frutti. A diciotto anni sono andato da un paesino siciliano al Politecnico di Torino. I miei genitori erano della classe povera e non so come abbiano fatto a pagarmi gli studi. Per me l’università è stata l’ascensore sociale di cui tutti parlano. Ne hanno approfittato anche i miei tre figli, tutti ingegneri. Per i problemi di cui tutti sappiamo (stipendi bassi, scarsa possibilità di affermarsi, poca ricerca) due di loro sono all’estero. Ascoltiamo i giovani! Perché non cominciamo con abbassare l’età del voto a sedici anni? I politici di sinistra ci pensino.
Gaetano Carbonaro
Una vittoria che ridà speranza al Brasile
◆ Camminando per le strade di Copenaghen ho visto un manifesto appeso alla finestra che raffigura il presidente brasiliano Lula. Ho pensato che sarebbe bello vedere in giro i poster dei politici validi. Poi ho letto un grafico sulla riduzione della deforestazione in Brasile che è crollata del 42 per cento, mai così bassa dal 1988. Mi sono sentita piena di speranza.
Ingrid Melano
Se finisce il caffè
◆ L’articolo sul caffè (Internazionale 1687) mi sembra un manuale operativo di estrattivismo colonialista. Con tono divertito si racconta di come si può andare in giro per il mondo a tentare di privatizzare il patrimonio genetico per realizzare profitti enormi. Con grande disinvoltura si parla di dettagli offensivi come le bottiglie di whisky distribuite ai capi per accedere a terre e saperi. Certo che il cambiamento climatico mette a rischio il caffè, tra le piante coloniali per eccellenza. Il miglioramento genetico non è poi l’unica soluzione: per adattarsi al cambiamento è necessaria una condivisione del valore con gli agricoltori che quasi nessuno nel sistema agroindustriale è disposto a lasciare sul piatto.
Tommaso Barsali
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Questo articolo è uscito sul numero 1690 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati