“Il 3 novembre gli otto giudici sostenuti dal governo di Donald Tusk (Po), che la settimana scorsa avevano preso il controllo della corte costituzionale polacca, si sono riuniti e hanno adottato una serie di decisioni importanti, tra cui quella di dare seguito al procedimento disciplinare nei confronti del presidente della corte, Bogdan Święczkowski”, racconta il sito Notes from Poland. “La situazione rimane tuttavia segnata da controversie e incertezze. Święczkowski e il presidente della repubblica Karol Nawrocki, vicino all’opposizione sovranista del Pis, non riconoscono la legittimità dei giudici che ora rivendicano il controllo del tribunale e definiscono le loro iniziative un ‘colpo di stato’. Diversi dubbi sono stati sollevati anche sulla validità della riunione, in particolare sul raggiungimento del quorum, considerato che il presidente e altri sei giudici della corte nominati dal precedente governo non hanno partecipato”, conclude il sito polacco. “Per uscire dallo stallo non basterà nominare un nuovo capo della corte. Bisognerà fare chiarezza su tutte le questioni ancora aperte: la posizione dei giudici eletti, la corretta procedura di giuramento, i motivi delle sospensioni e le eventuali responsabilità individuali”, scrive il quotidiano romeno Adevărul. “Una corte costituzionale perde la sua ragion d’essere se una parte politica la riconosce come legittima solo quando essa emette sentenze che le danno ragione. La sua autorevolezza non si misura dal grado di soddisfazione della maggioranza, ma dalla capacità delle regole di restare valide anche dopo un cambio di governo”.
Sulla stessa falsariga è l’analisi del quotidiano polacco Gazeta Wyborcza: “Dopo quello che è successo ci si chiede: si sarebbe potuto agire diversamente? A questa domanda si può rispondere con un’altra domanda: cosa hanno ottenuto, in concreto, tutte queste iniziative? Una nuova corte costituzionale ancora più indebolita non avrà nessuna autorevolezza. Esattamente com’era prima. Solo il governo di Tusk ne riconoscerà le sentenze. Così, proprio come succedeva ai tempi del Pis, avremo una corte che esamina esclusivamente i ricorsi presentati da una parte politica: quella che in quel momento è al potere. Il tribunale costituzionale dovrebbe invece essere uno strumento a disposizione dell’opposizione, che può ricorrervi per contestare le leggi approvate dalla maggioranza”.
Esplicitamente critico nei confronti del primo ministro è il quotidiano di Varsavia Rzeczpospolita: “Donald Tusk e la sua coalizione si erano presentati alle elezioni promettendo di riparare ai torti commessi, ripristinare lo stato di diritto e rispettare i princìpi democratici. Erano convinti che tutto sarebbe stato fatto rapidamente e senza forzature. Oggi, però, sentiamo ripetere da chi è al potere che ‘non ci sono alternative’: una formula trita e ritrita con cui si può giustificare qualsiasi cosa. I manganelli, i cordoni di polizia davanti alla corte, le persone che entrano nell’edificio di notte, il ricorso alle scappatoie legali mentre il presidente della repubblica è all’estero: questa non è una dimostrazione di forza e di determinazione, ma d’impotenza”.
“La Commissione europea ha chiesto alla Polonia di trovare una via d’uscita dall’attuale stallo”, aggiunge il sito lettone Tvnet. “Ma ogni progresso è ostacolato dalla polarizzazione politica. La Polonia è dominata da due schieramenti contrapposti e le divergenze riguardano anche questioni come l’aborto, i rapporti con l’Unione europea e la Germania, il sostegno all’Ucraina e il ruolo della chiesa nella vita pubblica. A complicare le cose c’è anche il fatto che lo scontro sulla corte costituzionale arriva proprio mentre i partiti cominciano a prepararsi alle elezioni legislative, previste per il 2027”.
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Questo articolo è uscito sul numero 1690 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati