Non avrei mai immaginato di andarmene in giro per le campagne giapponesi da sola. Sono la minore di tre figli e sono cresciuta in una casa piena di strepiti, liti e allegria: non sono mai stata bene da sola con me stessa. La mia più grande paura è la solitudine, soprattutto perché quando arriva non sono capace di cacciarla via. Prima divento irrequieta, poi malinconica.
Quando ho comprato i biglietti aerei non pensavo di andare da sola. In realtà questo viaggio è stato l’ultimo tentativo disperato di aggrapparmi a una lunga relazione che fino ad allora non avevo capito stesse andando a rotoli. Ho preso due voli British Airways in offerta e sei settimane dopo quella storia è finita. Ho scoperto che i biglietti li ho pagati poco (anche se non così poco da buttarli entrambi) perché non sono rimborsabili, così come del resto i mobili anni cinquanta comprati su internet e il tempo e il denaro che ho investito in un futuro che non arriverà mai.
Alla fine prendo atto che passerò due settimane da sola. Comincio a cercare oscure pensioni in paesini di montagna e a inviare prenotazioni tradotte con Google. Mi concentro sulle questioni pratiche: quali parchi nazionali sono aperti fuori stagione? Che tipo di funicolare si può prendere il giovedì? Scrivo un itinerario completo, simile a quello di un pacchetto vacanze per donne sole, intervallandolo con passaggi come “fai merenda!” oppure “fai il check-in, rilassati, scrivi le osservazioni del giorno sul diario”. Ne stampo tre copie. Poi, 48 ore prima del volo, mi sale un’angoscia tremenda e inesorabile.
Non riesco a spiegarmi perché sono così impaurita: in fondo sono solo due settimane. Agli amici ho descritto il mio viaggio in Giappone come una raffinata forma di riscatto: eccomi qua, una donna inaspettatamente scaricata dal suo uomo che parte da sola per scalare montagne, colline e meditare. È la mia versione spudorata di Mangia, prega, ama, il tentativo di trovare un po’ di pace in un anno burrascoso e pieno di ferite. In realtà, sotto sotto vorrei solo partire con il mio ex o con un’amica o magari con un simpatico sconosciuto.
Mentre faccio il check-in all’aeroporto londinese di Heathrow mi sembra d’infliggermi una punizione ridicola e costosissima. Salgo sull’aereo, mi siedo accanto al posto dove sarebbe stato il mio ex se si fosse imbarcato e passo le 13 ore di volo rileggendo il mio itinerario ogni mezz’ora. Alla fine, mentre l’aereo scende in mezzo alle nuvole, vedo il Giappone. Siamo alla fine dell’inverno. Gli alberi sono ancora spogli, strani fantasmi di un grigio rosato intenso che circondano i tetti ricoperti di tegole.
Arrivo in un ex deposito di kimono in una città costiera invasa dal cemento che si chiama Kanazawa. I reporter di viaggio ne parlano entusiasticamente come di una “nuova scoperta”, e la città ha ancora l’aria di un posto che ha avuto un’iniezione improvvisa di turisti ma non sa cosa farne. Noleggio una pesante bicicletta arancione con un lucchetto che funziona a malapena e pedalo costeggiando il fiume, incrociando lungo la via gatti addormentati, vasi di piante e sacchetti di plastica vuoti. Salgo le scale antincendio di luccicanti caseggiati modernisti per vedere meglio il tramonto, semplicemente perché mi va. Ordino un piatto di trippa bollita e radici di loto e me lo gusto guardando la pubblicità di un formaggio alla tv dietro il bancone. L’attrice divora una fonduta cremosa color crema pasticcera.
La solitudine prende il sopravvento qualche giorno dopo, quando svanisce l’effetto novità della bicicletta. Passo una giornata sul monte Koya, un grande centro monastico che in estate attira orde di pellegrini, ma che all’inizio di marzo è deserto e completamente innevato. La possibilità di imbattermi in un delizioso ristorante locale dopo il tramonto è prossima allo zero, perciò alle quattro del pomeriggio mi riempio la pancia di riso e tonkatsu (cotoletta di maiale) per poi girovagare per le strade vuote. L’intero villaggio si estende attorno a un’unica lunga strada principale; la percorro lentamente nel tentativo di far passare il temibile incombere della sera.
I pini trafiggono il cielo arancione. Mi sento come una comparsa su un set cinematografico abbandonato. Mi prende il panico al pensiero di come occuperò il tempo quando scenderà il buio. Per un momento penso di fare fagotto e scendere a piedi a valle fino a Osaka, dove potrei trovare conforto tra le luci della città e gli altri turisti. Non parlo con nessuno da ventiquattr’ore, né di persona né online. Me ne sto seduta, sola con i miei pensieri, immersa nel silenzio totale. È un’agonia. Mi sento stupida e inutile: ho fallito nella cosa più semplice del mondo. La noia è estenuante. Penso di andare a letto, poi mi accorgo che sono le sette e mezza. Vorrei solo che il tempo passasse. Le lancette dell’orologio, ancora più ostinate, sembrano rallentare.
◆Arrivare **Un volo diretto per Tokyo da Roma (Alitalia) parte da 570 euro a/r. Da Milano, con un breve scalo (Finnair), il prezzo di base è 510 euro. Kanazawa è raggiungibile da Tokyo in 2 ore e 40 con il treno ad alta velocità, lo shinkansen, incluso nel Japan Rail Pass (japan-rail-pass.com). Il monte Kyoa si raggiunge in autobus da Osaka.
◆Clima I periodi migliori per visitare il Giappone sono da marzo a fine maggio e da settembre a novembre.
◆Dormire** A Kanazawa una notte alla ryokan Yamamuro parte da 98 euro (ryokan-yamamuro.com). Per dormire sul monte Koya si può consultare il sito dell’associazione dei templi che offrono ospitalità
(eng.shukubo.net).
◆Leggere **Alex Kerr, La bellezza del Giappone segreto, Edt 2019, 15 euro. Yutaka Yazawa, Nippon. Vivere e scoprire il Giappone, Electa 2019, 22,90 euro.
◆La prossima settimana**
Viaggio in Brasile. Avete consigli su posti dove dormire e mangiare, libri? Scrivete a:
Lunghi bagni caldi
Il pomeriggio seguente il cielo cambia all’improvviso, passando da un estremo all’altro: o c’è il sole o nevica. Perdo un po’ di tempo a Okunoin, il cimitero monumentale del monte Koya, famoso per le sue 250mila lapidi sparse in un bosco umido e muschioso. Appena entrati nel cimitero ci sono una serie di pompose tombe aziendali dedicate ad ammirati professionisti defunti – un imponente missile a rappresentare un’azienda missilistica, una lastra di marmo con sopra incisa la scritta “Panasonic Corporation” in inglese e in giapponese – ma è inoltrandosi nel bosco che s’incontrano le testimonianze più umili e toccanti.
Ci sono decine di statuette agghindate con mantelli rossi e cardigan lavorati a maglia, messi lì dai genitori dei feti abortiti o nati morti. Salgo alcuni gradini in mezzo agli alberi e mi ritrovo in un campo aperto ricoperto di erba gialla che ondeggia al vento, onirico e assurdo. Torno al monastero portandomi dietro la mia borsa termica con il piatto di spaghetti alla bolognese che il cassiere del minimarket 7/11 mi ha gentilmente scaldato al microonde. Non c’è nessuna epifania, ma la sera mi sento più tranquilla.
Con il passare dei giorni prendo l’abitudine di svegliarmi presto e faccio lunghi bagni caldi negli onsen, le vasche termali. Abbandono il mio amante crudele, l’itinerario, e rinuncio anche all’idea di scrivere. Me ne sto seduta con i miei pensieri e mi accorgo che non sono così male, una volta che gli do l’opportunità di spiegarsi. Quando smetto di vedere il tempo trascorso da sola come una cosa da riempire o un compito da portare a termine, riesco finalmente a godermelo e capisco quanto sia prezioso.
Ho imparato molto da quest’avventura solitaria: la piccola soddisfazione di non dover rendere conto a nessuno, di alzarmi e andare, di lasciare tacere e riposare la mente. Ne ho in serbo un’altra. Niente internet, niente elettricità: passerò tre notti in una capanna sul mare. ◆fas
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1345 di Internazionale, a pagina 70. Compra questo numero | Abbonati