You can see everything, il documentario di Nathan Fielder e Lance Oppenheim, appena uscito negli Stati Uniti, è pieno di scene che non smettono di girarmi in testa. Ma ce n’è una in particolare su cui torno continuamente. Arriva nella prima metà del film, lungo poco meno di tre ore. Fielder, che ha potuto parlare con Elizabeth Holmes e la sua famiglia nelle cinque settimane che hanno preceduto l’inizio della sua pena carceraria nel maggio 2023, è seduto insieme alla fondatrice della Theranos (una startup biomedica che prometteva di rivoluzionare il modo di fare le analisi del sangue) e al marito Billy Evans, a cui mostra quello che considera uno degli sketch comici più famosi di tutti i tempi. La coppia ammette di non conoscere bene Gianni e Pinotto, e mentre sullo schermo della tv passa Who’s on first?, Fielder osserva Holmes che guarda lo sketch, a quanto pare per la prima volta. Holmes sfoggia il sorriso estatico che costituisce la sua espressione abituale e nel frattempo culla il figlio più piccolo. “Capisci perché è divertente?”, le chiede Fielder quando Holmes dichiara di aver apprezzato la scena. “Si parlano addosso e non si capiscono”, risponde Holmes. Ma quando Fielder chiede all’imprenditrice finita in disgrazia il nome del giocatore di prima base – l’elemento fondamentale per comprendere la comicità del pezzo – lei non sa rispondere. Dice di esserselo perso.
A questo punto, probabilmente, non c’è molto da aggiungere a proposito di Holmes. La sua caduta spettacolare è documentatissima: ha fornito lo spunto per libri, podcast, un film (The inventor di Alex Gibney) e la miniserie The dropout. Eppure in _You can see everything _(che uscirà in Italia il 27 novembre) quando Holmes rivolge il suo sguardo fisso e vagamente innaturale verso Fielder penso che lei sia uno dei più incredibili soggetti di un documentario che si siano mai visti.
Come una millefoglie
Holmes è una figura profondamente misteriosa e sfuggente, ma a rendere il film così straordinario, una sorta di millefoglie metanarrativa su tutti i modi in cui cerchiamo di cogliere la verità, è l’equilibrio tra la stranezza di Holmes e quella di Fielder, oltre alla capacità di Lance Oppenheim, enfant prodige del documentario (e regista del film di fiction Primetime), di modellare l’intero progetto trasformandolo in qualcosa d’inaspettatamente cinematografico. Mostrando un’ingenuità confusa di cui è impossibile verificare l’autenticità, Holmes ripete di non capire come sia finita nei guai e giura di non aver mai detto una bugia in vita sua. Fielder (The rehearsal, The curse) ci mette la sua bizzarria e la sua tendenza a confondere il confine tra finzione e realtà. È come se questi due fossero fatti l’uno per l’altra.
You can see everything, prodotto dalla A24, è un film alimentato da un contrasto tra due neurodivergenze. Questa tensione diventa esplicita in tutti i momenti in cui i riflettori si accendono su Evans, a cui si deve l’esistenza del documentario. Archetipo dell’appassionato di tecnologia a cui piace andare in palestra e guardare video di microbiologia a velocità doppia, Evans sottolinea che sua moglie “pensa in modo diverso” e spiega che ha voluto coinvolgere Fielder perché gli è sembrato uno capace di pensare “fuori dagli schemi”. Ciò che intende con queste parole cambia in modo allarmante mentre il film procede, soprattutto dopo che Holmes si prepara a scontare la condanna, inizialmente fissata in undici anni, in un carcere di minima sicurezza di Bryan, in Texas (da qualche giorno è arrivata la notizia che nel 2027 sarà trasferita in una struttura di reinserimento).
La prima ora del film, che è anche la più divertente, si svolge nella casa sulla spiaggia di Del Mar, in California, dove Holmes, Evans e i loro due figli si sono rintanati per approfittare dell’ultima occasione di trascorrere un po’ di tempo in famiglia, mentre Fielder osserva e fa domande, sempre in agguato come il demone di un incubo. È una finestra surreale e dolorosamente intima dove sembra assurdo pensare di svolgere un’intervista. Ma Fielder è determinato e Holmes giura che può chiederle tutto quello che vuole (mentre Evans, intanto, cerca di influenzare lo sviluppo della situazione).
È possibile che l’invadenza della troupe faccia il gioco di Holmes, permettendole di strumentalizzare il poco tempo che le resta insieme ai suoi cari per trasformarlo in uno scudo? Impossibile dirlo. In ogni caso è sempre più evidente che lei ed Evans partecipano al progetto con obiettivi diversi e potenzialmente addirittura in conflitto.
Morris e Hitchcock
Durante le conversazioni con Holmes inserite nel primo atto del film, Fielder la osserva come se stesse cercando di decifrare la faccia e l’eventuale bluff di un giocatore di poker seduto dall’altro lato del tavolo. Il lungomare deserto e la luce abbagliante partecipano all’atmosfera onirica e al senso d’irrealtà che pervade il documentario prima di trasformarsi quando la scena di sposta in Texas, dove Evans diventa il centro dell’attenzione mentre Holmes è dietro le sbarre. Fino all’incredibile terzo atto che sarebbe un crimine anticipare. Posso solo dire che riesce a creare un mix in parti uguali tra un documentario di Errol Morris e La donna che visse due volte _di Alfred Hitchcock. You can see everything_ riflette sulle motivazioni e l’etica del cinema documentaristico, oltre che sul significato dell’etichetta “nonfiction” usata anche quando il materiale è profondamente montato e la cinepresa non può cogliere tutto. Il documentario riguarda la performance – sollevando interrogativi sulla possibilità che questa versione di Holmes sia solo l’ultima evoluzione di una donna che in passato è riuscita a presentarsi come una rivoluzionaria della tecnologia – e in modo più mirato si chiede cosa significhi il fatto che la percezione del pubblico su di lei sia dettata dall’attenzione che le riservano mezzi d’informazione.
Oltre a ciò, You can see everything si concentra su come cerchiamo di capire se sappiamo davvero cosa passa per la testa e nel cuore di un’altra persona, e dove finisce la manipolazione e comincia l’investimento. Quando Fielder trascorre la notte con le cuffie in testa, raggomitolato su un nudo materasso nella stanza degli ospiti del cottage in affitto di Del Mar, comincia a sembrare un uomo impegnato in una missione nobile ma destinata al fallimento. Holmes gli dice che secondo lei il film è una storia umana, come se mostrandosi nella sua interezza potesse davvero convincere il mondo a schierarsi finalmente dalla sua parte.
Ma più ci avviciniamo a lei e più sembra impossibile conoscerla. Alla fine, in You can see everything, Elizabeth Holmes è solo una costellazione puntinista che traccia la figura di una persona. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1689 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati