Dopo più di mezzo secolo di battaglie per i diritti umani, per l’emancipazione delle donne e delle minoranze, ma anche per la giustizia internazionale e per un’Europa unita, Emma Bonino, ex deputata, senatrice, ministra degli esteri, parlamentare e commissaria europea, nonché figura storica del Partito radicale, è morta a Roma l’11 settembre. La sua scomparsa, all’età di 78 anni, arriva in un momento in cui i princìpi che hanno guidato la sua azione politica sono attaccati da più parti, anche in Italia, dove l’estrema destra riscuote ormai consensi promettendo il ripristino del patriarcato e una selezione della popolazione su base etnica.

Nonostante un progressivo peggioramento delle condizioni di salute (dovuto a un tumore scoperto nel 2015) Bonino ha continuato a essere politicamente attiva, tra campagne elettorali e azioni di disobbedienza civile, fino alla candidatura alle elezioni europee del 2024. Sui manifesti di una lista chiamata Stati Uniti d’Europa, il suo volto familiare era tornato nelle strade italiane, incorniciato da uno dei turbanti che indossava negli ultimi anni, sfide colorate al male contro cui combatteva.

Orizzonti di emancipazione

Nata nel 1948 a Bra, in Piemonte, Bonino aderisce al Partito radicale nel 1975. Dalla fine degli anni sessanta l’Italia attraversa una fase segnata da crisi che sfociavano nella violenza e dal fiorire dell’impegno progressista. Tra complotti e attentati orchestrati da un’estrema destra terroristica e azioni armate dei gruppi di estrema sinistra, il paese sanguinava. Ma nella società italiana, profondamente trasformata dallo sviluppo economico del dopoguerra, si aprono nuovi orizzonti di emancipazione.

I radicali, eredi di una tradizione politica laica e liberale e guidati dalla figura carismatica di Marco Pannella, sono in prima linea nelle battaglie per i diritti civili, per l’obiezione di coscienza e, in seguito, per la tutela dell’ambiente. Il partito è minuscolo ma ha un’influenza enorme. Grazie ai suoi metodi di comunicazione riesce a orientare il dibattito e a portare, con una serie di referendum, l’Italia verso nuove conquiste sociali che Bonino ha continuato a difendere.

Attivista e deputata dal 1976 al 1994, è stata in prima linea nella battaglia per la legalizzazione dell’aborto. Per rompere il tabù che circondava la difficile situazione in cui si trovavano le donne italiane che decidevano di interrompere una gravidanza, arrivò ad autodenunciarsi per aver aiutato alcune donne ad abortire clandestinamente. Questo diritto fu finalmente sancito con una legge nel 1978. Bonino ha continuato a fare campagne in sostegno degli omosessuali vittime di discriminazione, per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza, per la liberalizzazione e la legalizzazione controllata dell’uso degli stupefacenti e contro la caccia e la corruzione.

Al di là dei confini di un paese che ha contribuito a trasformare profondamente, Bonino si è distinta dagli altri esponenti della politica italiana anche per l’ampiezza del suo impegno sulla scena internazionale. Poliglotta, padroneggiava sette lingue, tra cui l’arabo, perfezionato durante lunghi soggiorni in Egitto e in Medio Oriente. Si è impegnata nella difesa dei diritti umani in tutto il mondo, partecipando a campagne contro la pena di morte e per eliminare la fame nel mondo. Gli aiuti umanitari, oggi messi in discussione in quanto tali, sia in Europa sia negli Stati Uniti, erano tra le sue competenze di commissaria europea dal 1995 al 1999, insieme alla tutela dei consumatori e alla pesca. Si è però scontrata con gli ambienti pacifisti quando, dopo un viaggio a Sarajevo nel 1995, ha invocato una forma di interventismo di fronte ai crimini di guerra commessi durante i conflitti seguiti alla disgregazione della Jugoslavia. Ha inaugurato così una serie di viaggi nei teatri di conflitto subito dopo la fine della guerra fredda, dalla Somalia al Ruanda al Kurdistan, in un’epoca in cui si credeva ancora che la scomparsa dell’Unione Sovietica potesse dare vita a un nuovo ordine internazionale.

Alle elezioni europee del 1999 la sua lista ha ottenuto sette seggi. Anche se quel successo elettorale non ha avuto un seguito, la leader radicale ha continuato a essere molto presente nella vita politica italiana. È stata ministra nei governi di due convinti europeisti: dal 2006 al 2008 ha ricoperto l’incarico di ministra per le politiche europee e il commercio internazionale nell’esecutivo guidato da Romano Prodi. Dal 2013 al 2014 è stata invece ministra degli esteri con un altro presidente del consiglio di centrosinistra, Enrico Letta. Nel frattempo, il suo nome è circolato come possibile candidata alla presidenza della repubblica. Quell’elezione, una sorta di conclave repubblicano affidato ai parlamentari, le è sfuggita di mano in seguito a manovre di palazzo.

Attacco agli ideali

Negli ultimi anni della sua vita ha abitato in un piccolo appartamento all’ultimo piano di un antico edificio nel cuore di Roma, tra il Pantheon e palazzo Farnese. Dalla terrazza poteva contemplare un panorama stupefacente sulla capitale e su una fase politica senza precedenti del paese governato dall’estrema destra. Intervistata da Le Monde nel 2025, Bonino aveva detto di non riuscire a capire Giorgia Meloni, presidente del consiglio dal 2022, proveniente da un partito neofa­scista.

Per Bonino il programma di Meloni e il suo modo di esercitare il potere rappresentavano un attacco continuo agli ideali che ha difeso nel corso della vita. Meloni aveva appena ridicolizzato in parlamento l’ideale di un’Europa sociale e federale delineato nel Manifesto di Ventotene, redatto nel 1941 da Altiero Spinelli – antifascista italiano, futuro commissario e parlamentare europeo negli anni settanta e ottanta – mentre era al confino su ordine dal regime mussoliniano. L’ideale racchiuso in questo testo fondante dell’europeismo ha rappresentato una bussola per la leader radicale, anche se quel manifesto non ha mai avuto la meglio nelle istituzioni europee. Nell’intervista aveva espresso il proprio dispiacere: “C’è stato un tempo in cui la classe politica era unanimemente favorevole al progetto europeo, ma i rappresentanti dei grandi partiti ne parlavano in modo astratto. Alla domanda su quale Europa volessero davvero, non hanno dato riposte chiare ai cittadini”. La risposta di Bonino, in ogni caso, non è stata ascoltata. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1683 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati