In fatto di guerre culturali poche superano quella del teatro La Fenice di Venezia, dove per mesi l’orchestra si è ribellata contro la direttrice musicale. Scelta, a quanto pare, per l’affinità politica con la presidente del consiglio Giorgia Meloni. Questa disputa è giunta al culmine quando la direttrice Beatrice Venezi ha dichiarato a un quotidiano argentino che l’orchestra è un focolaio di nepotismo in cui “i posti sono tramandati di padre in figlio”. Nel giro di pochi giorni è stata licenziata per aver denigrato il teatro. La vicenda si è conclusa con la risoluzione del contratto di Venezi, ma è solo l’ultima di una serie di dispute che hanno rovinato il tentativo del governo di lasciare un segno sulla vita culturale italiana.
Settore strategico
“Sembrano inciampare da un errore all’altro”, ha affermato Marianna Griffini, autrice di The politics of memory in the italian populist radical right (La politica della memoria nell’estrema destra populista italiana). “Sul piano culturale il loro riferimento è Il signore degli anelli. Ma poi come si fa a tradurre in politiche concrete quest’ossessione per l’opera di Tolkien?”.
Da quando nel 2022 Meloni è diventata presidente del consiglio ha spinto affinché il governo esercitasse una maggiore influenza su prestigiose istituzioni culturali come teatri e musei, da tempo dominati, a suo dire, dalla “sinistra”. Il governo Meloni è impegnato in “una lotta per nominare i suoi, per dimostrare che anche a destra ci sono intellettuali o artisti validi”, osserva Andrea Mammone, professore di storia contemporanea all’università Sapienza.
Andrea Estero, presidente dell’Associazione nazionale critici musicali e direttore della rivista Classic Voice, sostiene che la presidente del consiglio e i suoi alleati “pensano che la cultura sia strategica” e tendono ad “accentrare il controllo del settore in generale”.
Tuttavia molte nomine si sono rivelate controproducenti, suscitando polemiche e battaglie legali, gettando nel caos teatri d’opera e musei, e causando notevoli imbarazzi a Meloni. “È ovvio che in queste nomine dettate da motivazioni politiche c’è una fondamentale mancanza di competenza professionale”, afferma un professionista del settore artistico che vuole restare anonimo. “Se si affida la guida di un’importante istituzione culturale a qualcuno che non ha esperienza, le cose vanno male”.
Il 9 maggio aprirà la Biennale di Venezia, prestigiosa fiera d’arte internazionale, tra le polemiche nate nell’Unione europea per la decisione di far partecipare la Russia nonostante la guerra in corso in Ucraina. Il padiglione russo è curato da due figlie di stretti collaboratori del presidente russo Vladimir Putin. Il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, nominato dal governo Meloni nel 2024, ha resistito alle pressioni esercitate anche da Roma affinché facesse marcia indietro sull’apertura del padiglione russo.
A causa della presenza di Mosca, Bruxelles ha tagliato due milioni di euro di finanziamenti alla Biennale. Ma Buttafuoco ha tenuto duro, citando il desiderio di opporsi a “qualsiasi forma di esclusione o censura” e definendo la Biennale “un luogo di apertura, dialogo e libertà artistica”.
Puntare sulla tradizione
L’imbarazzo per Meloni, che sostiene con forza l’Ucraina, è tale che il ministro della cultura Alessandro Giuli ha deciso di non partecipare all’inaugurazione. Intanto il 30 aprile si è dimessa la giuria internazionale incaricata di selezionare i vincitori dei premi artistici della Biennale.
“È una guerra culturale interna”, ha detto Griffini a proposito del muro contro muro. “Devono affrontare le tensioni tra i propri intellettuali di estrema destra e le esigenze più pragmatiche che pesano su chi governa”.
Sotto il profilo dei gusti estetici, Meloni e i suoi alleati politici sono decisamente orientati verso la cultura pop. Nel 2023 il governo ha organizzato una mostra alla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea dedicata allo scrittore britannico J.R.R. Tolkien e alla sua epopea fantasy Il signore degli anelli, da tempo fonte d’ispirazione per l’estrema destra italiana. Tra gli oggetti esposti c’erano anche un flipper, costumi del film, copertine di libri e fan art.
L’opera lirica è un altro settore di grande rilievo, trattandosi di un genere nato in Italia che si è diffuso in tutta Europa. Andrea Estero sostiene che il governo vorrebbe che i teatri d’opera italiani dessero la priorità a una manciata di “bestseller” popolari del “repertorio tradizionale italiano”, anziché sperimentare ed evolversi: “Si concentrano molto sulla tradizione: Verdi, Bellini, Puccini e così via. La loro strategia è fare dell’opera lirica una specie di museo di questo patrimonio, scegliendo sempre gli stessi grandi compositori e le loro grandi opere”.
Il governo ha imposto il limite d’età di 70 anni per i cittadini stranieri che dirigono una delle 13 compagnie liriche statali italiane. Ha usato questo limite come pretesto per allontanare il direttore francese Stéphane Lissner dal teatro San Carlo di Napoli, dove aveva ottenuto grandi consensi per le sue messe in scena innovative e per aver messo sotto contratto star di prima grandezza.
Lissner – che in precedenza aveva diretto La Scala di Milano e l’Opera di Parigi – ha vinto il ricorso contro il suo allontanamento. Alla scadenza del contratto ha lasciato l’incarico lamentandosi del fatto che “ la politica è troppo presente nel mondo dell’arte”.
Su Lissner, sui suoi collaboratori e sulle star dell’opera da loro ingaggiate sta indagando la procura per capire se i cantanti sono stati pagati più del dovuto, in violazione delle norme italiane. Lissner e i collaboratori hanno detto di non poter commentare prima della conclusione delle indagini, in cui è coinvolto anche il tenore tedesco Jonas Kaufmann, che si è detto “sorpreso”di averlo appreso dai mezzi d’informazione italiani. In un comunicato Kaufmann ha dichiarato: “È giusto che l’assegnazione dei fondi pubblici sia esaminata attentamente”, e ha aggiunto: “Ho adempiuto attentamente ai miei obblighi contrattuali”.
La Fenice cercherà un nuovo direttore musicale, mentre Venezi si definisce vittima di una “campagna d’odio”.
Estero spiega che il processo di nomina di Venezi è stato talmente insolito da risultare inaccettabile per i musicisti: “È stata una nomina politica per un incarico che non può tollerare nomine politiche. Le scelte artistiche devono essere dettate da ragioni musicali”. ◆ ma
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Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 45. Compra questo numero | Abbonati