Negli ultimi vent’anni l’Unione europea ha inasprito la sua politica migratoria. I paesi del sud hanno usato recinzioni e filo spinato per fortificare le frontiere, hanno reso più difficile presentare le richieste d’asilo e hanno sospeso i diritti fondamentali. E così l’Unione si è trasformata in quella che gli attivisti per i diritti umani chiamano “fortezza Europa”.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha deciso di mettere sotto pressione la frontiera europea come si faceva nelle battaglie dell’antichità: assaltando la muraglia in punti diversi. La differenza è che oggi ai piedi del muro non ci sono i soldati, ma masse di poveri disperati, i profughi e i migranti che si trovano in Turchia. Armati solo delle speranze di chi fugge dalla guerra in cerca di una vita migliore.

“Erdoğan ci ha detto che la frontiera era aperta. Siamo venuti a Edirne, ma i poliziotti turchi ci hanno fermati. Ci hanno detto che non potevamo andare al valico di frontiera di Pazarkule e ci hanno indirizzati verso il fiume, dove ci sono barche per passare dall’altro lato. Ma lì i greci ti rubano tutto e ti riportano in Turchia”, racconta Muhammed Hussein, un profugo afgano. La frontiera terrestre tra Turchia e Grecia si estende per 212 chilometri, in gran parte lungo il fiume Evros, che funge da confine naturale per entrambi i paesi.

Al valico di Pazarkule-Kastanies (a nord) per dieci chilometri il confine è rappresentato da una recinzione costruita nel 2012 dalla Grecia. In questa zona, sul lato turco, si sono concentrate più di cinquemila persone. Le autorità greche hanno sbarrato il passaggio con recinzioni e filo spinato, ed è sorto un accampamento improvvisato. “Ora stiamo meglio, ci hanno portato bagni chimici e distribuiscono da mangiare. L’elicottero greco ha smesso di sorvolarci come faceva nei giorni scorsi”, racconta un iraniano attraverso WhatsApp. Dalla sera del 29 febbraio le autorità turche hanno vietato alla stampa straniera l’accesso alla zona.

Gli agenti greci hanno lanciato gas lacrimogeno contro chiunque tentava di attraversare il confine in questo punto. Eppure alcuni profughi sono riusciti a superare le recinzioni o ad aprire varchi nel filo spinato, usando tenaglie che sarebbero state fornite dalle forze di sicurezza turche.

Fuori controllo

Anche al valico di Ipsala-Kipoi (a sud) si erano ammassati centinaia di migranti. Ma secondo un dipendente della dogana “sono stati portati più a sud, nella zona di Enez”, vicino alla foce dell’Evros. I migranti sono trasportati a bordo di pulmini e autobus privati – evidentemente con il beneplacito delle autorità turche, dato che sono scortati da gendarmi e poliziotti – e sono scaricati lungo la frontiera. Sembra che la strategia di Ankara sia quella di mantenere un flusso migratorio costante facendo pressione in diversi punti della frontiera greca, con l’obiettivo di ostacolare le attività delle forze di sicurezza. “La Turchia sta usando questa povera gente per fare i suoi interessi”, denuncia una fonte del governo greco che ha chiesto di restare anonima. Il 2 marzo una famiglia siriana vagava intorno al villaggio di Elçili, sulla sponda turca dell’Evros, trenta chilometri a sud di Edirne. “Dov’è Pazarkule? Come possiamo arrivarci?”, ha chiesto uno di loro. Qualcuno li aveva scaricati lì per fargli attraversare il fiume, ma evidentemente non potevano farlo: a malapena riuscivano a trascinare due passeggini sul sentiero. La stessa situazione si ripresentava poco più avanti, dove un gruppo di dieci pachistani spingeva la sedia a rotelle di un compagno con le gambe amputate.

La Grecia ha inviato alla frontiera molti soldati e agenti di polizia (il numero non è stato reso pubblico) e ha chiesto aiuto all’agenzia europea Frontex, che nei prossimi giorni manderà settecento agenti, oltre a imbarcazioni e veicoli per il pattugliamento. Inoltre l’esercito greco ha avviato alcune manovre militari usando munizioni vere nella zona del fiume Evros e sulle coste dell’isola di Lesbo.

Il governo di Atene sostiene di aver evitato 25mila tentativi d’ingresso illegale. Erdoğan, dal canto suo, afferma che “almeno centomila persone sono riuscite a passare” e che “presto saranno più di un milione”. Queste dichiarazioni servono a incoraggiare i migranti, che ricevono continuamente su WhatsApp e Telegram notizie false secondo cui la Grecia aprirà le frontiere e arriveranno imbarcazioni dell’Unione europea per portarli in un territorio sicuro. Ma le parole del presidente turco sono anche una minaccia per l’Unione europea.

Un altro indizio della manipolazione del flusso migratorio è il fatto che alla frontiera tra la Turchia e la Bulgaria non si registrano accampamenti, anche se è a pochi chilometri da Edirne. A differenza di altri leader europei, il primo ministro bulgaro Boiko Borísov non ha condannato Erdoğan. Il 2 marzo Borísov era ad Ankara per cercare una mediazione, e ha chiesto a Bruxelles di “condividere il peso” dei profughi. Erdoğan ha dichiarato che l’Unione europea ha offerto alla Turchia un miliardo di euro in più per occuparsi dei profughi (oltre ai sei miliardi già stanziati nel 2016). Ma lui li avrebbe rifiutati perché vuole che i paesi europei s’impegnino concretamente per risolvere la crisi umanitaria in Siria: “L’Europa non ha alternative. Deve accettare i profughi”.

Ormai la situazione è fuori controllo e gestire la moltitudine che si sta ammassando alla frontiera tra Turchia e Grecia potrebbe essere estremamente difficile. Alcuni profughi hanno desistito, ma la maggioranza non ha più nulla da perdere e continuerà a tentare la sorte. Come il siriano Abdulrezak, che il 1 marzo ha attraversato l’Evros e poi è stato arrestato e riportato in Turchia dalla polizia greca, che gli ha rubato perfino i lacci delle scarpe. “Ci riproverò. Possono anche uccidermi, non ho paura. Giuro che continuerò a provarci”. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1348 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati