Andrónico Rodríguez, un giovane leader indigeno boliviano, sale su un’auto con i finestrini oscurati, fuori dalla capitale Sucre. “Il clima è teso”, spiega. I “combattenti della resistenza”, sostenitori della destra, si sono riuniti in un centro sportivo dove Rodríguez dovrebbe parlare agli elettori del Movimiento al socialismo (Mas), il partito dell’ex presidente Evo Morales. “Rodríguez rappresenta Morales e non lo vogliamo”, dice uno dei “combattenti”.
Con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali del 3 maggio, il Mas è sempre più diviso tra i lealisti e una generazione più giovane stanca dell’ingerenza di Morales negli affari del partito. Dopo settimane di assemblee in tutta la Bolivia, i sostenitori del Mas avevano scelto David Choquehuanca, un indigeno aymara ed ex ministro degli esteri, come candidato alla presidenza. Rodríguez, un indigeno quechua influente nel partito, avrebbe dovuto essere il suo braccio destro. Ma Morales, in esilio in Argentina, ha bloccato la decisione indicando come suo candidato Luis Arce, ex ministro dell’economia. “Non vuole un candidato indigeno, perché ha paura di essere messo nell’ombra”, dice Arturo Murillo, ministro dell’interno nel governo ad interim di centrodestra.
Bagno di umiltà
Più di trenta persone sono morte nelle proteste scoppiate dopo il 20 ottobre, quando Morales aveva annunciato di aver vinto le elezioni, segnate da gravi irregolarità. Poi il 10 novembre, messo sotto pressione dall’esercito, dai sindacati e dal malcontento popolare, Morales si era dimesso e aveva lasciato il paese, andando in Messico. Oggi è in Argentina.
L’ex presidente, che ha governato per tre mandati consecutivi dal 2006 al 2019, è accusato di sedizione e terrorismo. Non potrà presentarsi alle elezioni del 3 maggio. Inoltre il 20 febbraio il tribunale supremo elettorale ha bloccato la sua candidatura in senato. Nel 2016 Morales aveva ignorato il risultato del referendum sulla possibilità di ricandidarsi per un quarto mandato e ora è accusato di aver cercato di manipolare il voto del 20 ottobre. In privato Rodríguez lo critica sia perché non ha rispettato il risultato del referendum sia per come ha gestito le elezioni del 20 ottobre. Ma è convinto che questa crisi abbia “aiutato il Mas a fare un bagno di umiltà e tornare alla base”.
◆ Secondo uno studio realizzato dagli specialisti Jack Williams e John Curiel dell’Mit election data and science lab e pubblicato sul Washington Post, “non c’è nessuna evidenza statistica di brogli elettorali alle elezioni presidenziali boliviane del 20 ottobre 2019”, in cui l’ex presidente socialista Evo Morales era in vantaggio su Carlos Mesa. In particolare, i due studiosi contestano il rapporto presentato il 10 novembre dall’Organizzazione degli stati americani, definendolo parziale e difettoso. Secondo loro, è molto probabile che l’interruzione nel sistema di conteggio dei voti non abbia favorito Morales e quindi non abbia alterato l’intenzione di voto degli elettori.
Secondo gli ultimi sondaggi, il 31,6 per cento degli elettori boliviani sostiene il partito socialista, che è forte nelle zone rurali. Arce e Choquehuanca affronteranno Carlos Mesa, l’ex presidente boliviano che alle elezioni di ottobre aveva ottenuto il 17,1 per cento dei voti.
Per vincere al primo turno un candidato deve superare il 40 per cento dei voti e staccare il secondo almeno di dieci punti percentuali. L’attuale presidente ad interim, Jeanine Áñez (destra), si attesta intorno al 16,5 per cento. Ma la sua popolarità è in crescita e, in un eventuale secondo turno, potrebbe unire gli oppositori del Mas. Invece Luis Fernando Camacho, un ultraconservatore paladino della rivolta contro Morales, ha il 9,5 per cento delle intenzioni di voto. In passato il sostegno dei contadini, dei sindacati e dei migranti urbani ha permesso a Morales di vincere tre elezioni, di cambiare la costituzione e di ignorare il risultato di un referendum popolare. Ma oggi la sua legittimità sembra compromessa. Secondo Aldo Orellana López, del gruppo di ricerca di Cochabamba El centro para la democracia, il Mas dovrebbe “prendere le distanze da Evo” e affidarsi alla nuova generazione, più disponibile al compromesso. “Così il partito potrà avere un futuro solido anche dopo le elezioni”. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1349 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati