“Lavoro, lavoro, lavoro!”, gridano in piazza Castello, a Torino. Piccoli imprenditori, ristoratori, venditori ambulanti e tassisti protestano perché a causa del lockdown il loro reddito si è ridotto o addirittura azzerato e non sanno come andare avanti. A fine ottobre ci sono stati degli scontri di piazza: alcuni ragazzi hanno sfondato le vetrine dei negozi di via Roma, saccheggiandole. Secondo il quotidiano la Stampa, ad assaltare il centro erano gruppi provenienti dai quartieri più poveri a nord della città. Uno dei saccheggiatori è stato identificato mentre si portava via delle borse. La polizia le ha recuperate e ora sono tornate in vetrina, in attesa di essere acquistate. Gucci ha sostituito i vetri rotti, quelli nuovi risplendono.
Ragazzi rinchiusi
Secondo il sociologo Roberto Cardaci, all’origine degli scontri c’è la rabbia: i giovani devastano i negozi di lusso del centro perché si sentono esclusi dallo sfavillante mondo del consumo. Nei quartieri più disagiati sono in molti a non avere un lavoro, un posto nella società o prospettive. Per alcuni ragazzi e ragazze i prodotti firmati sono un modo per esprimere un’appartenenza, e ora non possono permetterseli. Per tutti gli studenti i mesi di lockdown hanno rappresentato la mancanza di punti di riferimento importanti. Adesso il governo li ha nuovamente rinchiusi per decreto: niente sport, niente musica, niente cinema. Per i giovani, al di fuori di una famiglia spesso opprimente, la società ha praticamente cessato di esistere.
La zona nord di Torino – un agglomerato urbano con due milioni di abitanti – comincia a poca distanza da via Roma. Corso Giulio Cesare porta fuori dal centro, al di là del fiume Dora Riparia. Ci sono molti negozi che oltre all’insegna in italiano ne hanno una in cinese, arabo o bengalese. Sulle strade passano i tram, accanto a quelli che un tempo erano stabilimenti industriali, le officine Grandi motori e altre fabbriche importanti oggi dismesse.
Alcuni terreni ed edifici sono stati riconvertiti in parchi, campi sportivi o centri commerciali, ma altri sono rimasti vuoti. Questa zona viene spesso rappresentata come una sorta di banlieue parigina dove scoppiano le proteste. Ma non sembra proprio una zona abbandonata.
“Ci teniamo ad avere un quartiere ordinato, siamo abituati a certi standard”, spiega Carlotta Salerno, che presiede la circoscrizione 6. Barriera di Milano, dice, è sempre stato un quartiere in cui gli immigrati sono stati accolti e integrati. Lei stessa ne è un esempio: la sua famiglia si è trasferita qui dalla Puglia, prima in un appartamento di 35 metri quadri, poi a ogni trasloco guadagnava un po’ di spazio in più. Finché non è arrivata la povertà, all’inizio strisciante e dopo, a partire dalla crisi del 2008, evidente. Le riconversioni della parte settentrionale della città non sono riuscite a trainare la ripresa economica.
Secondo Salerno, le fabbriche vuote sono la rappresentazione esteriore di un vuoto interiore: insieme al posto di lavoro molti operai hanno perso anche le occasioni di poter trascorrere del tempo con i loro colleghi e, in parte, il senso della vita. In tanti non l’hanno presa bene. Adesso con la pandemia di covid-19 le cose vanno sempre peggio. I più anziani si deprimono e i giovani diventano aggressivi.
Solidarietà
Torino è fatta di “due città contrapposte”, osservava qualche anno fa l’arcivescovo Cesare Nosiglia, suscitando scalpore. Oggi quella sua dichiarazione torna in mente a proposito della pandemia, che ha accentuato drammaticamente il problema della povertà a Torino e in tutta Italia. All’apice della prima ondata, a marzo e aprile, la Caritas sfamava quattromila persone al giorno, l’anno prima erano state mille. Poi il numero è calato a meno di tremila, ma con il nuovo lockdown è tornato a crescere. Chi bussa alla Caritas non ha alternative. Ufficialmente in città i senzatetto sono 2.200, ma secondo il sociologo Cardaci sono il doppio. In centro li si vede dormire sotto i portici, imbacuccati nei cartoni e nelle coperte.
Con l’emergenza i servizi sociali sono sovraccarichi, per questo intervengono i volontari di Caritas, Croce rossa e protezione civile
La povertà non è più un fenomeno circoscritto, ormai colpisce anche la classe media: per esempio i lavoratori del settore turistico che hanno perso il lavoro e devono continuare a pagare le rate del mutuo. C’è chi smette di pagare l’affitto e la luce, racconta Wally Falchi della Caritas. Se nessuno interviene, l’elettricità viene staccata, le case sgomberate e intere famiglie finiscono in mezzo alla strada.
Nelle ultime settimane i casi di questo tipo si sono moltiplicati, perché per molti il reddito di cittadinanza scade ora. Si può richiedere una proroga ma ci vuole tempo.
La diffusione del lavoro sommerso è un problema anche a Torino, non solo nel Mezzogiorno. Molti lavorano solo part-time e arrotondano “in nero” . La cassa integrazione viene calcolata sulla base della busta paga ufficiale, per cui chi ufficialmente guadagnava 500 euro al mese e magari ne prendeva altrettanti fuori busta adesso riceve solo 350 euro, che non bastano per vivere.
I collaboratori domestici che hanno perso il lavoro senza aver mai avuto un contratto vero e proprio si trovano in una situazione perfino peggiore.
Ma con la diffusione del virus c’è stato anche un aumento della solidarietà, dice Falchi. “È l’unico aspetto positivo. Nei condomini le persone si conoscono meglio, si aiutano. C’è chi aggiunge un posto a tavola per la vicina della porta accanto”. O magari i genitori in pensione comprano il caffè ai figli disoccupati che non possono più permetterselo. Se in Italia non hai i soldi nemmeno per comprati il caffè vuol dire che economicamente stai vivendo una situazione molto difficile.
Con l’emergenza i servizi sociali sono sovraccarichi, per questo intervengono i volontari di organizzazioni come Caritas, Croce rossa e protezione civile. Ogni giorno, quando i banchi al mercato di porta Palazzo stanno per chiudere, passano i volontari con i gilet rossi a raccogliere i generi alimentari invenduti. La verdura è ancora fresca e arriva nelle mense in giornata.
Di sera le persone si mettono in fila sul retro di alcune parrocchie. A causa del covid-19 non posso avvicinare nessuno, ma vengo a sapere che prima in fila s’incontravano soprattutto anziani, adesso invece il gruppo più nutrito ha meno di 35 anni. La povertà colpisce sempre più spesso le famiglie con figli. I volontari inoltre portano i pasti a chi vive da solo ed è costretto alla quarantena.
Il Banco alimentare, un’organizzazione presente in tutta Italia, fa raccolta e distribuzione in larga scala. Pallet di generi alimentari avanzati ai supermercati raggiungono un grande magazzino alla periferia sud di Torino e da lì sono distribuiti alle organizzazioni umanitarie di tutto il Piemonte.
Adesso in magazzino ci sono diverse tonnellate di pasta di ottima qualità proveniente direttamente dalla fabbrica, perché i difetti di confezionamento ne impediscono la commercializzazione. In genere vengono distribuiti sei o otto generi alimentari di prima necessità e prodotti per l’igiene personale. Molte cose arrivano dai programmi umanitari dell’Unione europea, altre invece vengono acquistate all’ingrosso.
Con il covid-19 le richieste al Banco alimentare sono aumentate dal 20 al 40 per cento. Il banco distribuisce pasti a 110mila bisognosi: secondo le statistiche ufficiali, in Piemonte le persone in “povertà assoluta” sono trecentomila.
Quelli della pandemia sono stati “mesi duri”, racconta Salvatore Collarino, che oltre a guidare un’azienda audiovisiva è direttore del Banco alimentare in Piemonte. Secondo lui c’è il forte rischio che la seconda ondata del covid-19 abbia conseguenze ancora più gravi. “Nel mio settore molti imprenditori hanno retto alla prima ondata, ma adesso dicono di non riuscirci”.
Magazzini pieni
Ultimamente i pacchi che ricevono le persone si sono arricchiti: senza turisti e con molte famiglie che risparmiano sul cibo, macellerie, negozi di formaggi e ristoranti hanno magazzini strapieni. Per non buttare i prodotti in eccesso li donano e quindi può capitare che i pacchi alimentari contengano anche prosciutto crudo, parmigiano e in autunno magari anche il cinghiale. Nelle campagne piemontesi i cinghiali sono una piaga e il Banco alimentare ha un accordo con contadini, cacciatori e macellai: così si riducono le popolazioni di cinghiali e la maggior parte della carne arriva sulle tavole di chi ha più bisogno.
Nella sede centrale del Banco alimentare, a Torino, lavorano quaranta volontari, ma adesso sono quasi tutti a casa. Per la maggior parte sono pensionati, tra cui artigiani, commercianti e informatici che vogliono darsi da fare. S’impegnano a lavorare per il Banco alimentare almeno tre giorni a settimana, in modo che si formino squadre di lavoro ben affiatate. Ai volontari si aggiungono quindici dipendenti del magazzino: loro fanno il lavoro pesante che non si può chiedere ai pensionati.
Ogni anno sono distribuite settemila tonnellate di generi alimentari, per un valore di mercato intorno ai venti milioni di euro: ufficialmente però il volume d’affari non supera i 700mila euro. “Grazie ai volontari trasformiamo ogni euro contabile in circa 20 euro reali”, dice Collarino. ◆ sk
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Questo articolo è uscito sul numero 1386 di Internazionale, a pagina 37. Compra questo numero | Abbonati