Da un punto di vista puramente tecnico e legale, la situazione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non è cambiata molto. Da tre anni Netanyahu è al centro di indagini della polizia e inchieste della magistratura. E lo è ancora dopo che il 28 febbraio il procuratore generale Avichai Mendelblit ha annunciato di volerlo rinviare a giudizio con le accuse di corruzione, frode e abuso d’ufficio per tre diversi casi, in attesa di un’udienza in cui il primo ministro avrà la possibilità di spiegarsi.

Come prevede la prassi, nella lettera inviata a Netanyahu Mendelblit ha scritto che sta “valutando il suo rinvio a giudizio”. Niente di definitivo. Sta solo valutando.

Benjamin Netanyahu a Gerusalemme il 28 febbraio 2019 (Ronen Zvulun, Reuters/Contrasto)

Ma ora per Netanyahu cambia tutto. In teoria la squadra di avvocati del premier può ancora convincere Mendelblit a non incriminare il suo cliente. Succede, soprattutto quando si tratta di casi che riguardano dirigenti, in cui l’intento delittuoso è difficile da dimostrare.

Concedendogli un’ultima udienza prima di rinviare a giudizio Netanyahu per corruzione, frode e abuso d’ufficio nel caso 4.000 e per frode e abuso d’ufficio nei casi 1.000 e 2.000, Mendelblit ha assunto una posizione più clemente rispetto a molti altri magistrati. Ma è improbabile che l’udienza farà cambiare idea al procuratore.

Un nuovo messaggio

Netanyahu e i suoi fedelissimi nei mezzi d’informazione israeliani continueranno a negare le accuse e a sostenere che si tratta di una caccia alle streghe montata dalla sinistra. Ma nelle ventiquattr’ore precedenti all’annuncio di Mendelblit era già percepibile un’evoluzione nel loro messaggio. C’è un nuovo tono. Ora sostengono che, a prescindere dalle accuse contro Netanyahu e da quello che ha fatto, Israele ha bisogno di lui. Se sarà costretto a lasciare, la sicurezza del paese sarà a rischio, quindi bisogna smettere di fare tutto questo chiasso per qualche piccolo regalo e articolo benevolo.

Da sapere
Le accuse contro Netanyahu

Caso 1.000 Netanyahu è accusato di frode e abuso d’ufficio per aver ricevuto regali dal produttore di Hollywood Arnon Milchan, in cambio di favori politici.

Caso 2.000 Netanyahu è accusato di frode e abuso d’ufficio per un accordo stretto con Arnon Mozes, editore del quotidiano Yedioth Ahronoth, in base al quale il premier avrebbe ricevuto una copertura giornalistica favorevole in cambio di iniziative per danneggiare il giornale rivale Israel Hayom.

Caso 4.000 Netanyahu è accusato di corruzione, frode e abuso d’ufficio perché come ministro delle comunicazioni avrebbe preso delle iniziative a vantaggio dell’imprenditore Shaul Elovitch, azionista di maggioranza della compagnia di telecomunicazioni israeliana Bazeq, e proprietario del sito Walla!, in cambio di una copertura giornalistica favorevole. Haaretz, +972 Magazine


La cerchia più stretta di Netanyahu sa che alcuni elettori crederanno a Mendelblit, e quindi bisognerà convincerli che se anche le accuse contro di lui fossero vere non significa che il premier debba lasciare. I sondaggi più recenti mostrano un lento ma significativo spostamento degli elettori di destra dai partiti della coalizione di governo (tra cui il Likud di Netanyahu) verso l’alleanza dei leader dell’opposizione Benny Gantz e Yair Lapid.

Netanyahu farà finta che tutto possa andare avanti normalmente. È ancora premier, ministro della difesa e capo del Likud. Ma sa anche che dal 28 febbraio è un primo ministro sotto osservazione. Non c’è mai stata una situazione del genere in Israele, si naviga in acque sconosciute. E c’è di più: tutti quelli intorno a Netanyahu sapranno che è sotto osservazione.

Quando gli israeliani andranno a votare il 9 aprile dovranno votare per un primo ministro sotto osservazione. Se Netanyahu riuscisse a ottenere i voti sufficienti per partecipare alle consultazioni per una coalizione di governo, gli altri leader di partito, suoi potenziali alleati, potranno pretendere il prezzo che un premier sotto osservazione deve pagare.

La decisione di Mendelblit non è ancora un rinvio a giudizio definitivo. Ma è una pietra appesa al collo di Netanyahu, un peso che nessun primo ministro israeliano prima di lui ha mai dovuto sopportare. Ora dovrà portarlo con sé ovunque andrà. E alla fine lo trascinerà a fondo. ◆ _fdl _

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Questo articolo è uscito sul numero 1297 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati