“Questo vi pare un cessate il fuoco?”. Nel negozio di alimentari di Mohammad, nel centro di Tiro, ci vuole molta fantasia per crederlo. In primo luogo perché il giovane dall’alba è impegnato a spolverare le vaschette di datteri sugli scaffali e a spazzare via i frammenti della vetrina sparsi in giro. E poi perché sul marciapiede di fronte un intero edificio è stato distrutto il giorno prima, aprendo una voragine. “Ci riempiono di menzogne. Non ci vengano a parlare di tregua mentre le bombe sono sempre intorno a noi, ovunque”, si arrabbia Mohammad. A Tiro dall’inizio di marzo il frastuono della guerra non ha mai smesso di turbare gli abitanti. I droni ronzano sopra la città, le esplosioni riecheggiano a intervalli irregolari e nessun angolo di strada sembra del tutto riconoscibile: qua è là il paesaggio è stato mutilato di alcuni edifici, e la polvere ricopre tutto di una patina grigia.

Da giorni Tiro è inghiottita dalla “zona rossa” israeliana e sottoposta agli ordini di sfollamento forzato. Sembra già lontana la “linea gialla” istituita in Libano ad aprile sui primi chilometri oltre il confine, diventata zona di occupazione per l’esercito israeliano, che procede demolendo i villaggi libanesi. Il 26 maggio il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ordinato l’ampliamento della zona di occupazione, ordinando ai civili di fuggire a nord del fiume Zahrani, a 40 chilometri dalla frontiera.

Sul campo le truppe israeliane avanzano inesorabilmente. Ad Arnoun video amatoriali mostrano l’uso di fosforo bianco nel momento in cui i soldati israeliani si avvicinano al castello di Beaufort, nodo strategico delle alture del sud. Il 31 marzo il ministro della difesa israeliano Israel Katz si vantava su X: “Le forze di difesa israeliane, guidate dalla brigata Golani, sono tornate sulla vetta del monte Beaufort e hanno issato la bandiera israeliana”, accompagnando il messaggio con un’immagine del vessillo bianco e blu che sventola accanto a quello della brigata.

La conquista è altamente simbolica. La fortezza risale probabilmente all’epoca romana e i crociati ne ampliarono le mura nel dodicesimo secolo. Il 6 giugno 1982, quasi 44 anni fa esatti, fu teatro di una storica battaglia tra l’esercito israeliano e i combattenti palestinesi. Danneggiata in quella circostanza, rimase sotto l’occupazione d’Israele fino al ritiro dal Libano nel maggio del 2000. Dal 2024 il sito è stato collocato sotto la protezione rafforzata dell’Unesco. Secondo il diritto internazionale questo luogo e l’area circostante non dovrebbero essere usati a supporto di un’azione militare. Ma evidentemente la tentazione di occuparlo era troppo forte.

Condizioni incompatibili

Da quando il 2 marzo il Libano è ripiombato nella guerra in seguito ai lanci di razzi di Hezbollah a sostegno del suo alleato iraniano, Israele sembra voler ristabilire i confini dell’occupazione perduta nel 2000. Con i varchi che l’esercito si è aperto verso le zone conquistate in passato, Tel Aviv sta accerchiando i centri abitati del sud del Libano in sacche isolate, rompendo la continuità territoriale per impedire che possano formare una rete utile alla logistica del nemico.

“Quello che sta facendo Israele non è solo una violazione della sovranità del Libano e dell’integrità del suo territorio”, ha detto il primo ministro libanese Nawaf Salam, “ma un tentativo di estirpare la memoria dei luoghi e cancellarne la storia”. In un discorso il 30 maggio, Salam, che è stato presidente della Corte internazionale di giustizia, ha denunciato una “politica di distruzione totale delle città e dei centri abitati, e di tutti gli elementi che rendono la vita possibile”, oltre a uno “sfollamento di massa che equivale a una punizione collettiva contro la nostra popolazione civile”.

Sull’analisi della situazione i libanesi concordano. Il problema è la soluzione. Hezbollah resta fedele alla sua linea: nei giorni scorsi ha rivendicato decine di lanci di razzi sul nord di Israele e contro le truppe schierate nelle zone occupate del Libano. Una strategia che continua a legare il destino del paese a quello dell’Iran. Le autorità libanesi insistono di voler “andare verso l’opzione più adatta a proteggere il Libano in queste circostanze: i negoziati”, ha detto il primo ministro, ammettendo però di non essere sicuro che i colloqui “possano garantire dei risultati”.

Nell’ultimo periodo infatti non hanno dato frutti. Riuniti al Pentagono il 29 marzo per dei “colloqui di sicurezza”, i rappresentanti israeliani e libanesi avrebbero lasciato emergere divergenze sempre più ampie. “Non promette niente di buono”, riassume un ex diplomatico statunitense. “Le condizioni delle parti sono incompatibili. I libanesi continuano a non voler dare un pretesto per l’allargamento del conflitto, ma così finiscono per restare intrappolati. Se fanno un passo indietro vanno incontro alle critiche, mentre gli israeliani, che non sono spinti a essere meno radicali nelle loro condizioni, continueranno a chiedere di più”.

Ultime notizie

◆ Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fatto sapere il 1 giugno che Israele e Hezbollah hanno concordato di ridurre le tensioni e diminuire i combattimenti. Secondo una nota della presidenza libanese, Israele avrebbe accettato di non bombardare la periferia sud di Beirut se Hezbollah non lancerà attacchi contro Israele. Tuttavia dopo l’annuncio di Trump sono stati registrati attacchi da entrambe le parti, le cui dichiarazioni mettono in dubbio la tenuta dell’accordo. Un rappresentante di Hezbollah ha assicurato che il gruppo non smetterà di lanciare razzi contro Israele e il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che Tel Aviv attaccherà Beirut se il gruppo non fermerà le aggressioni e che l’esercito continuerà le operazioni nel sud del Libano. The Guardian


Al centro delle tensioni c’è un cessate il fuoco che esiste solo sulla carta. La delegazione libanese si dice pronta a tutto per farsi carico, anche con un aiuto esterno, del disarmo di Hezbollah, ma afferma che nessun accordo è possibile con l’aumento della violenza nel sud del paese. Gli israeliani si rifiutano di rinunciare all’occupazione di una parte del Libano. Allo stesso tempo avanzano con lo scopo di conquistare quanto più territorio possibile in vista di un potenziale “dopoguerra”, nell’ipotesi che gli Stati Uniti si decidano a imporre a Netanyahu il rispetto del cessate il fuoco.

L’avanzata è resa possibile dalla passività della comunità internazionale. Il 31 maggio la Francia ha chiesto una riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma si ritrova esclusa dai negoziati di pace. Nonostante gli stretti legami con Beirut, Parigi si scontra con il rifiuto di Netanyahu a un suo coinvolgimento. Infatti, la Francia, che dovrebbe essere parte del “meccanismo” di sorveglianza del cessate il fuoco dal 2024, non è presente a nessun tavolo negoziale a Washington.

Un’assenza che i libanesi tollerano per pragmatismo, consapevoli che solo la superpotenza statunitense ha ancora l’influenza necessaria per forzare la mano a Israele. Ma l’assenza segnala il declassamento strategico della Francia, che si limita a proteste verbali e rifiuta di adottare sanzioni concrete.

La tensione si è diffusa anche a Beirut, soprattutto a causa delle mosse di Hezbollah. Il gruppo sciita ha lanciato pesanti minacce di destabilizzazione politica contro il governo, accusato di “tradimento” per aver accettato di avviare i colloqui. Hezbollah afferma che le autorità libanesi, nate come sempre al termine di lunghe trattative e ingerenze straniere, non avrebbero la legittimità per decidere a nome della popolazione. Il governo ribatte che neppure l’avventura unilaterale di Hezbollah in una guerra lanciata a sostegno del suo alleato iraniano aveva il consenso del paese.

Ma è soprattutto e sempre sui civili che ricade il peso di una guerra che si trascina all’infinito. A Tiro il vento scuote le tende montate sulla costa, minacciando di farle volar via. A Beirut centinaia di famiglie sfollate si sentono abbandonate dallo stato. “Hanno tentato di smantellare il nostro accampamento”, si lamenta Abu Hassan, padre di quattro figli. “Non ci è stata proposta nessuna soluzione dignitosa”. Gli sfollati si sono sentiti dire che con l’avvicinarsi della stagione turistica la loro presenza darebbe fastidio ai locali frequentati dai giovani ricchi.

Così alcuni sfollati sono tornati a vivere nella periferia di Beirut, altri ancora più a sud, riavvicinandosi alla guerra da cui erano fuggiti. A Tiro Mohammad sta ancora pulendo il suo negozio. Quando avrà finito, dice, resterà qui: “Anche se la guerra sfigurerà il sud, è proprio perché noi siamo ancora qui che conserva la sua anima”. ◆ fdl

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Questo articolo è uscito sul numero 1668 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati