L’Ungheria e la Polonia non dovrebbero far parte dell’Unione europea. Come hanno fatto i britannici, i loro governi dovrebbero tagliare i ponti con un progetto europeo di cui non condividono i valori. È questo che s’intende quando li si accusa di “non rispettare lo stato di diritto”, cioè di non rispettare i contropoteri come i mezzi d’informazione, l’università, l’opposizione, le ong o i giudici.
Non potendo espellere questi due paesi, l’Unione avrebbe dovuto almeno sanzionarli per le loro violazioni. Una procedura è stata avviata, ma non ha ancora portato risultati. Basterebbe guardare alla Norvegia, che non fa parte dell’Unione e non è quindi condizionata dai conflitti d’interessi: ha congelato ogni sovvenzione all’Ungheria e un contributo legato a prigioni e tribunali in Polonia, e ha escluso da un programma le città polacche che hanno creato delle zone “lgbt free”. Il Partito popolare europeo (Ppe) avrebbe già dovuto espellere Fidesz, la forza politica del premier ungherese Viktor Orbán. Ma a causa dell’opportunistica indulgenza del Ppe, Fidesz è stata solo “sospesa”. Per l’Unione tagliare i legami con questi due importanti paesi è giuridicamente impossibile e politicamente difficile. Ma bisogna prendere atto che i loro leader, pur di continuare a violare impunemente lo stato di diritto, sono pronti a sabotare lo straordinario sforzo di solidarietà dell’Unione europea, mentre i loro 25 compagni devono affrontare un’emergenza sanitaria e una grave crisi economica.
Il veto imposto da Polonia e Ungheria al piano di rilancio rischia di provocare un pericoloso ritardo nello sblocco dei fondi. Ma le soluzioni diplomatiche per disinnescare questa minaccia potrebbero comportare un altro sacrificio dei valori comuni. Questo metterebbe in discussione il senso di un progetto sottoposto al diktat di due paesi che dicono “sì all’Europa, ma alle nostre condizioni”. ◆ ff
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Questo articolo è uscito sul numero 1385 di Internazionale, a pagina 19. Compra questo numero | Abbonati