La prima cosa che colpisce di Ursula von der Leyen è una sorta di assenza, la sensazione che in lei, una personalità politica immacolata, ci sia qualcosa di falso stranamente difficile da individuare. Qualcosa di opaco come il rivestimento di vetro del palazzo di Berlaymont, il suo quartier generale a Bruxelles, che promette trasparenza ma in realtà non comunica niente. Non si può capire l’Europa senza capire Ursula von der Leyen. Nata a Bruxelles, eurocrate di seconda generazione, è l’incarnazione della classe politica che con le sue decisioni decreterà se l’Unione è destinata a evolversi negli Stati Uniti d’Europa o a disintegrarsi. La sua politica è la stele di Rosetta che svela come funziona realmente il sistema Merkel. La sua vita ci mostra il viaggio della Germania attraverso l’Europa e ci fa capire se la sua direzione ha ancora un senso. Da Bruxelles, dov’è nata, a Berlino, e ora di nuovo a Berlaymont, da padre a figlia.
I ministri tedeschi sembrano essere sempre in movimento: gli incontri a Bruxelles, i fine settimana nei lander, le infinite riunioni con gli alleati. Sono creature che dormono a intervalli sugli aerei, perennemente spossate. Fu nel 2009, a Varsavia, che Jacek Rostowski, il ministro delle finanze polacco, si sedette accanto a questa “donna piccolina e piuttosto bella”, per la semestrale riunione dei ministri polacco-tedesca. Rostowski le lanciò un’occhiata. Non la riconosceva. “Ma in qualche modo, da qualche parte, avevo la sensazione di averla vista”. Lei si presentò: Ursula von der Leyen, ministra del lavoro e degli affari sociali. No, il nome non gli diceva nulla.
Conferenze. Comitati. Gruppi. L’élite che dirige l’Europa non è mai lontana dalla stessa stanza per troppo tempo. Circa sei mesi dopo, a Davos, il ministro polacco si ritrovò seduto accanto alla ministra tedesca. Si strinsero la mano, dissero che era un piacere rivedersi. Rostowski riprese l’aereo per Varsavia. “Poi, tre giorni dopo, ebbi questa sensazione improvvisa”. Un’ondata di ricordi.
Earls Court, Londra, 1978. Era ancora la Londra tetra del film La talpa, dei monolocali e delle bombe che ogni tanto esplodevano, Rostowski, un giovane docente universitario figlio di esuli polacchi, viveva lì, in una casa che la madre aveva diviso in appartamenti. Aveva affittato l’ultimo piano a Erich Stromeyer, un banchiere tedesco uscito da un divorzio.
La nuova inquilina
Un giorno il loro inquilino li informò che suo cognato era un politico tedesco e che i terroristi del gruppo tedesco Raf (Rote Armee Fraktion) minacciavano di rapire e uccidere sua figlia. La situazione era seria: i Rostowski avevano qualcosa in contrario se la ragazza si trasferiva da lui, visto che sarebbe andata a studiare alla London school of economics? Lei arrivò con un nome falso: Rose Ladson. Il suo vero nome era Ursula Gertrud Albrecht, e i Rostowski ben presto si accorsero che le piaceva fare tardi e che tornava a Philbeach Gardens solo dopo l’una di notte. “Ma quando tornava non si preoccupava mai di chiudere bene il portone. Pensavo che fosse un po’ troppo spensierata, visto che stavano cercando di rapirla”.
La sua famiglia non aveva niente da spartire con i movimenti del ’68 che stavano trasformando la Germania
Ossessionata dal punk in una Londra dove i Clash suonavano all’Hammersmith Palais, Ursula passava più tempo nei pub di Soho e nei negozi di dischi di Camden che nella biblioteca dell’università. Si fece la fama di una a cui “piaceva scatenarsi in discoteca”. Lo ha ammesso anche lei: “Vivevo molto di più di quanto studiassi”. Londra era tutto quello che la provinciale Germania non era. “Per me”, ha detto alla Zeit, “Londra allora era la modernità: libertà, gioia di vivere, provare tutto”. Questo amore per Londra spiega la particolare amarezza e il dolore di gran parte dei politici europei, che ancora oggi continuano a identificarsi con i fautori del “Remain”. Londra, non Parigi, è dove sono diventati “europei”.
“L’Europa è una storia di generazioni”, ha detto Ursula von der Leyen al parlamento di Strasburgo. La presidente della Commissione europea non si può capire senza capire suo padre. Quel particolare piacere che la ventenne Ursula trovava nel suo nome falso, Rose Ladson, derivava dal fatto di essere una Albrecht. Dodici generazioni di influenti personaggi – pastori protestanti, dottori, consiglieri di stato, mercanti – la guardavano attraverso quel nome dalle élite commerciali di Brema ai tempi della lega anseatica, dal Regno di Hannover e dall’Elettorato di Colonia. All’inizio dell’ottocento gli Albrecht erano principi mercanti di Brema, importatori di cotone imparentati per matrimonio con i Ladson del South Carolina (da cui il cognome londinese di Ursula), proprietari di piantagioni e di schiavi. Appartenevano alla categoria di persone derise da Thomas Mann nella Montagna incantata, per essere “ostinatamente convinte del diritto dell’aristocrazia a governare”.
L’ascesa di Ernst
Nel 1945 Ernst Albrecht emerse dalle rovine di due guerre mondiali. Brema era stata quasi completamente distrutta. Ma Ernst era innamorato, intelligente e ambizioso. Aveva bisogno delle lauree migliori e voleva sposare la figlia degli amici di famiglia con cui si era nascosto durante i bombardamenti: Heidi Adele Stromeyer. Partì per l’università di Tubinga, nella zona di occupazione americana, dove studiò filosofia e teologia prima di vincere una borsa di studio per la Cornell university a Ithaca, nello stato di New York. Gli americani stavano costruendo una nuova classe dirigente tedesca, e lui era deciso a farne parte. Prima di attraversare l’Atlantico, confessò il suo amore a Heidi Adele.
Tornato in Europa, Ernst fu attratto da Bonn, la nuova capitale del cancelliere tedesco Konrad Adenauer, con un’università che si stava rapidamente affermando. La sua tesi di laurea s’intitolava “L’unione monetaria è un prerequisito per l’unione economica?”. Si sarebbe rivelata una scelta molto accorta, e lui lo sapeva. Le promozioni arrivarono in fretta. A 24 anni fu nominato funzionario presso la Comunità del carbone e dell’acciaio (Ceca) a Lussemburgo: l’embrione del progetto europeo. E la sua ascesa non era finita. Una foto sbiadita, scattata in un palazzo romano nel 1957, mostra una fila di uomini (neanche una donna) seduti per firmare un documento. Alle loro spalle s’intravedono dei dipinti rinascimentali. Sono gli artefici del Trattato di Roma, l’atto fondativo della Comunità economica europea e il più importante trattato europeo dai tempi di quello di Vestfalia. Dietro Adenauer c’è Ernst Albrecht.
Non era solo una crisi sanitaria. Il coronavirus era anche una crisi politica e inevitabilmente europea
La Bruxelles in cui si trasferirono gli Albrecht dopo il Trattato di Roma era un luogo diverso da quello di oggi. Ernst fu nominato capo di gabinetto del primo commissario tedesco. Quasi nessuno parlava inglese. La lingua per il lavoro era il francese e la modesta sede dei “sei” (gli stati membri che già facevano parte della Ceca: Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi) aveva un’atmosfera piccolo-carolingia. Era un mondo di soli uomini, che lavoravano fino a tardi e poi continuavano a restare fuori a bere o a fare politica.
Quando capì di essere incinta del loro terzo figlio, Heidi Adele mise una sedia da bambino davanti alla porta dell’ufficio di Ernst per dargli la notizia. Ursula Gertrud è nata l’8 ottobre 1958 a Bruxelles, diciotto mesi dopo il Trattato di Roma. Il suo soprannome era Röschen, il diminutivo di Rose. Heidi Adele apparteneva a una generazione oppressa: tante donne potevano studiare, ma non lavorare. Si era laureata a Heidelberg, aveva preso un dottorato a Friburgo, e a detta della famiglia sarebbe potuta diventare una scrittrice di talento o una giornalista. Ma era destinata a essere l’ombra del marito.
Ursula e i suoi cinque fratelli crebbero da europei. Lei fu mandata alla nuova Scuola Europea, dove i figli dell’apparato che stava arrivando a Bruxelles – Cee, Nato, Euratom – venivano educati in tre lingue. Era la stessa scuola nel sobborgo di Uccle frequentata qualche anno dopo da Boris Johnson. Gli Albrecht avevano tutto quello che gli serviva, una vita elegante e ben pagata. Ma più rimanevano a Bruxelles più si sentivano infelici. Ernst era stato alle spalle dei grandi uomini dell’Unione cristiano-democratica (Cdu) ormai da molto tempo, ed era impaziente di diventare uno di loro. Gli anni sessanta non erano un momento felice per essere un eurocrate tedesco. De Gaulle diceva che la Francia non avrebbe permesso a una commissione più federale, presidenziale, di metterla in ombra. Ed Ernst cominciò a corteggiare i politici.
Cavalli e preghiere
A pochi passi dal palazzo Charlemagne di Bruxelles oggi le targhe e le bandiere sopra le porte parlano della Germania quanto dell’Europa. Bavaria, Baden-Württemberg: ogni land tedesco ha la sua delegazione, meglio alloggiata di quelle di tanti stati. Gli interni sfarzosi rivelano perché la Germania è così a suo agio nell’Unione europea: il federalismo è la sua forma naturale. Il land di Albrecht era la Bassa Sassonia, sul mare del Nord: grosso modo il Regno di Hannover, dove suo nonno era stato direttore della dogana. Ernst puntò gli occhi sul premio: il partito gli offrì un lavoretto da un produttore di biscotti di Hannover mentre lui si aggiudicava un seggio. Si trasferì nel 1970. La famiglia lo raggiunse dopo che la figlia Benita morì a undici anni per un cancro spinale nel gennaio 1971. Ursula perse la sua unica sorella.
La famiglia non aveva niente da spartire con i movimenti del ’68 che stavano trasformando la Germania. Prima di cena si pregava. La residenza degli Albrecht, una vecchia casa di campagna a Ilten, fuori Hannover, era decorata in stile medievale. La vita degli Albrecht era piena di cavalli, concerti casalinghi e libri educativi presi dalla biblioteca: Guerra e pace o il Dottor Živago. È qui che la personalità di Ursula ha cominciato a formarsi. Le sue attività principali erano fare equitazione e salutare diligentemente le persone famose che venivano a trovare il padre. A differenza di alcuni suoi fratelli, a lei piaceva presentarsi. Eppure, osservano i suoi biografi Ulrike Demmer e Daniel Goffart, il padre non la prese mai sul serio.
Nel 1976 la defezione di tre membri della coalizione di governo permise a Ernst Albrecht di diventare ministro presidente della Bassa Sassonia. La vita dei suoi figli cambiò.
Il momento peggiore della vita di Ursula arrivò anni dopo, a Stanford. Erano i primi anni novanta ed era una casalinga frustrata, una sposa viaggiatrice. La storia si ripeteva: non quella di suo padre, ma di sua madre. Dopo tre anni a Londra, passata la minaccia del sequestro, “Rose Ladson” era dovuta tornare Ursula Albrecht. Si era iscritta all’università di Gottinga, isolata e infelice, finché non aveva conosciuto Heiko von der Leyen nel coro dell’università. Lei aveva 24 anni, lui era uno scienziato discendente di nobili mercanti della seta: lo seguì in California.
Anche quella di Ursula era una generazione frustrata: le donne avevano libero accesso all’istruzione e al lavoro, ma gli atteggiamenti verso gli uomini e i mariti non erano davvero cambiati. Dopo essersi laureata alla facoltà di medicina di Hannover nel 1992, Ursula prestò servizio come medico ma quando rimase incinta fu licenziata. Il marito non era in grado di aiutarla nel compito quotidiano di crescere i figli. E come tante donne, fu lasciata sola. Quando Heiko ottenne una cattedra a Stanford, lei smise di lavorare.
Quindici anni dopo sarebbe cambiato tutto. Nel 2005 Angela Merkel sarebbe stata eletta cancelliera e von der Leyen strappata dal governo della Bassa Sassonia per diventare la sua ministra della famiglia e degli affari sociali. La figlia del reazionario diventava il volto militante dell’uguaglianza di genere. Tornata in Germania nel 1996, Ursula von der Leyen aveva seguito le orme del padre. Molte carriere politiche dipendono anche dagli incontri: il suo fu quello con Christian Wulff, nel 1999, durante un’asta di cavalli dove lei si esibiva in sella. Il futuro presidente della repubblica federale rimase colpito: non solo era un’ottima cavallerizza, era anche incinta, di sei mesi, del settimo figlio. Vide ambizione e determinazione. Vide coraggio.
Le attenzioni di Merkel
Insieme alle poltrone pesanti e ai divani profondi, i talk show sono un elemento fondamentale della vita politica tedesca. Hanno avuto un ruolo cruciale anche nell’ascesa di von der Leyen, che diventò il volto della campagna elettorale di Wulff nella Bassa Sassonia, attirando l’attenzione di Angela Merkel, “Mutti” in persona. Era qui che von der Leyen eccelleva: sera dopo sera, sostenendo la causa di Angela, per una Cdu attenta alla famiglia.
Ursula funzionava benissimo in televisione perché in Germania tutti sapevano due cose di lei, e cioè che era la figlia di Ernst Albrecht e che aveva sette figli. Per gli spettatori il messaggio era semplice: la Cdu non era più il partito sessista del padre di Ursula, ma un posto in cui la borghesia urbana poteva sentirsi a suo agio. Prima come ministra degli affari familiari e della gioventù, poi come ministra del lavoro, von der Leyen diede il meglio di sé, spingendo per l’assistenza ai bambini, per i congedi parentali retribuiti, perfino quando il suo partito era contrario. “Non è un segreto che queste scelte l’abbiano resa impopolare nel suo stesso partito”, dice una fonte della Cdu.
Era il sistema Merkel, che si avvale sempre dei battistrada, cerca di conquistare il centro, calcola e fa retromarcia, non permettendo a nessuno di diventare troppo forte. Merkel è una politica troppo precisa per permettere che qualcuno pensi qualcosa per sbaglio. Ma per poche inebrianti giornate del 2010 lasciò credere a Ursula che sarebbe stata il prossimo presidente della repubblica federale, al punto che cominciarono ad apparire articoli su Heiko come first man. Poi invece Merkel scelse l’ex capo della ministra, Christian Wulff. Distrutta, persuasa che lei e Merkel avessero un rapporto speciale, Ursula ne uscì segnata. Mutti in seguito lo avrebbe spiegato: questa è la politica.
Il cimitero dei ministri
La sala d’attesa dell’aeroporto di Bruxelles. Tedeschi e italiani, tedeschi e svedesi, tedeschi e polacchi; è qui che si svolge gran parte della diplomazia discreta. Nel 2011, mentre la Grecia scivolava verso il default, Jacek Rostowski si ritrovò con Ursula von der Leyen nella sala d’attesa a discutere della situazione. “Le dissi che non era una crisi della Grecia, ma dell’eurozona”, ricorda, “non ne aveva idea”. È un aneddoto che dice molto di von der Leyen. Ma rivela anche che nel 2011 il viaggio della Germania attraverso l’Europa ormai non aveva più senso.
Nel 2013 von der Leyen fu nominata ministra della difesa. Mentre la Germania di suo padre era stata polarizzata e oppressa dalla vergogna, la Germania di Ursula contava sul grande consenso. Berlino era diventata quello che Londra era stata negli anni settanta: una città di club sudici, artisti e adolescenti scappati di casa. Ma dentro i ministeri qualcosa dell’Europa era scomparso. Mentre a Bonn erano stati programmatici, a Berlino erano lieti di lasciar andare le cose da sole. Riunificazione completata, commercio con la Cina in pieno boom: non c’erano obiettivi che la Germania potesse raggiungere solo con una Commissione più forte. Costruire un’unione più salda non era più nei pensieri della classe dirigente tedesca.
Ursula aveva fatto pressioni per il ministero della difesa, il più maschile dei ruoli e forse il lavoro più difficile, visto che a Berlino era diventato il cimitero dei ministri. Sui mezzi d’informazione la scelta aveva fatto grande scalpore. E offrì von der Leyen nella sua versione peggiore. Dopo decenni di abbandono l’esercito era malridotto e disperato, incapace di portare a termine perfino gli impegni internazionali più elementari. Era una palude di corruzione, scandali sugli approvvigionamenti, malagestione e infiltrazioni dell’estrema destra nelle caserme. Decisa a fare la differenza, von der Leyen si rivolse agli strumenti che in quel momento andavano per la maggiore: la rivoluzione promessa dai consulenti gestionali e dai contratti della McKinsey.
Il risultato non poté dirsi un successo. Come il decennio di austerità della Merkel con la Germania alla guida della Ue, fu tutto dichiarazioni a effetto, scandali, ufficiali scontenti e pochi risultati. Il ministero della difesa diventò il volto del problema sostanziale della Germania: l’immenso divario tra gli slogan, come il sostegno a “un esercito europeo”, e gli scarsi investimenti concreti nella difesa europea. Nel 2019 la ministra della difesa che aspirava a fare la cancelliera di riserva era una promessa mancata. La sua carriera stava tramontando.
Donne europee
C’è una battuta che circola nel Bundestag. Come si abbrevia von der Leyen? Ich, io. Ma in cosa crede von der Leyen? È una domanda che lascia spesso interdetti i funzionari europei. Ben pochi riescono a indicare per sommi capi la sua visione del mondo. La fama di von der Leyen a Berlino, soprattutto tra i giornalisti, è di una donna abile nelle pubbliche relazioni. Ma i ben informati sono più generosi: “Crede fermamente nell’uguaglianza femminile”, ha detto un funzionario, “nell’europeismo e nell’atlantismo”. Che la ministra della difesa tedesca fosse l’europeista dell’esecutivo – un ritorno all’idealismo di partito del padre – non è sfuggito a Parigi.
Tornando da Bruxelles nel luglio 2019, il presidente francese Emmanuel Macron ha avuto un’idea. I negoziati per designare il nuovo presidente della Commissione erano in stallo. Il sistema dello spitzenkandidat, in cui i gruppi presenti nel parlamento europeo propongono ognuno un candidato a guidare la commissione, era fallito. Il Partito popolare europeo (Ppe), di fatto la Cdu e i suoi alleati, aveva proposto Manfred Weber, che per Macron era un personaggio bavarese politicamente modesto. Ma il Ppe si opponeva a Frans Timmermans, uomo dei socialdemocratici e una personalità olandese di rilievo.
Allora è saltato fuori il nome di von der Leyen. Merkel lo aveva già proposto ai francesi: una prima volta per la segreteria generale della Nato, poi come possibile Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri. Macron sapeva che a Merkel piaceva e sapeva che era della Cdu. “Ecco come mai alla fine ci siamo ritrovati con un risultato che non sarebbe mai stato possibile se lo avessimo proposto all’inizio”, ha detto un funzionario. Von der Leyen non solo non se lo aspettava, ma di fatto Macron le ha salvato la carriera.
Ora Merkel e von der Leyen si scambiano messaggi tutti i giorni: la cancelliera informa la presidente su quello che succede a Berlino, e l’altra la aggiorna su Bruxelles. Si telefonano in continuazione: è come se von der Leyen non avesse mai lasciato il governo. La loro è una schiera di donne europee per le quali essere al potere non è più un’eccezione, ma non è proprio la norma. Eppure Macron voleva proprio questo. La Francia, con un’economia traballante e le esportazioni in Asia che ristagnano, negli ultimi anni ha cercato di avere una Commissione più forte, capace di assorbire il potere tedesco. Ma la Germania, consapevole di questo, ha continuato a bloccare le proposte francesi, vedendo sempre di più la Commissione come un avvocato degli stati debitori. Trasferire il sistema Merkel a Berlaymont – era questa la scommessa di Macron – avrebbe assicurato la fiducia di Berlino nelle istituzioni, accrescendo il loro potere. Il presidente francese immaginava che avere un tedesco alla Commissione rispondesse anche agli interessi della cancelliera: da anni era in atto una strategia che punta a piazzare più alti funzionari tedeschi nella Commissione per spostarla verso gli interessi di Berlino. Von der Leyen sarebbe stata il culmine di questo processo. Ma per lei non è stato un felice ritorno a Bruxelles. La Commissione francofona di suo padre era scomparsa. Oggi Berlaymont è un luogo di inglese globale. Questa bolla ha accolto con freddezza von der Leyen e i due consulenti che ha portato con sé da Berlino. “Dipende troppo dai tedeschi”, ha detto una fonte. “È paranoica”, ha detto un’altra. Un’affermazione che rifletteva un’opinione diffusa: von der Leyen stava fallendo.
Le risposte giuste
Il covid-19 però ha cambiato tutto. In un primo momento sembrava che von der Leyen, e forse perfino l’Unione europea, potessero essere tra le vittime del virus. Mentre gli ordini sul distanziamento sociale entravano in vigore, i droni pattugliavano le strade di Bruxelles e Berlaymont si svuotava, la paura assaliva chi lavorava da casa. Non era solo una crisi sanitaria. Il coronavirus era anche una crisi politica e inevitabilmente europea. Il costo del lockdown poteva spingere l’Italia in una disastrosa spirale di debito, austerità e populismo, e nelle economie meridionali più deboli divampava la rabbia contro l’Unione. “Non ho mai visto un’impennata così pericolosa di euroscetticismo”, ha detto un ministro europeo. Mentre numerosi sondaggi indicavano che circa la metà degli italiani era favorevole a uscire dall’Unione, Parigi e Berlino hanno cominciato a discutere su chi dovesse pagare la crisi. Evidentemente l’unica risposta era un enorme aumento del debito. Ma sarebbe stato mutualizzato, sarebbero stati cioè emessi debiti in comune, garantiti da tutta l’Unione e non dai singoli stati? Il programma di acquisto dei titoli di stato gestito dalla Bce (quantitative easing) avrebbe continuato il suo limitato effetto “nascosto” di sostegno o sarebbe stato fermato dalla corte costituzionale tedesca?
◆ 1958 Nasce a Ixelles, in Belgio, da genitori tedeschi.
◆ 1977 Comincia a studiare economia all’università di Gottinga, in Germania, ma dopo un anno si trasferisce a Londra per sfuggire alle minacce dei terroristi del gruppo tedesco Raf (Rote Armee Fraktion).
◆ 2005 Diventa ministra della famiglia in Germania nel governo guidato da Angela Merkel.
◆ Dicembre 2019 È eletta presidente della Commissione europea.
Erano in pochi ad aspettarsi che le risposte arrivassero da von der Leyen. Lei invece era esattamente dove Macron voleva che fosse, ma in un primo momento la scommessa del presidente francese è sembrata sbagliata. Mentre la pandemia infuriava in Francia, Italia e Spagna, l’Eliseo ha sbalordito Berlino chiedendo uno strumento di debito comune per pagare la crisi di Roma, Madrid e altri sei paesi dell’eurozona. Altrimenti, hanno detto a porte chiuse a Bruxelles, molti membri rischiavano l’insolvenza. Merkel ha rifiutato seccamente. Per la Germania la mutualizzazione del debito era, come sempre, una linea rossa da non superare. Ma poi, mentre la fase peggiore della pandemia sembrava risparmiare la Germania, è cambiato qualcosa. Una proposta – secondo i suoi sostenitori partita da Berlaymont – è stata ripresa dai ministri delle finanze e dai funzionari di Spagna e Francia: permettere alla Commissione di prendere soldi in prestito a proprio nome e poi distribuirli in pacchetti di prestiti e sussidi una tantum ai paesi più colpiti. A Berlino l’idea è piaciuta.
E l’Eliseo ha vinto la sua scommessa. Con questa Commissione Merkel poteva lavorare, von der Leyen, a differenza di Juncker e di Prodi, era una persona di cui si fidava. Macron e Merkel si sono stretti la mano: nella foto von der Leyen non c’era. Ma non importava, perché non era lei la protagonista. Francia e Germania avevano deciso che una Commissione finanziariamente più forte era nei loro interessi. La leadership tedesca in Europa a un tratto trovava una direzione, radunando intorno a sé i cosiddetti paesi frugali (Austria, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia e Danimarca). Von der Leyen, in uno scambio di telefonate con Macron, Merkel e il goffo Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, è diventata improvvisamente il suo volto. La svolta è storica, ma al momento soprattutto per quello che potrebbe preannunciare. L’elenco di vittorie che la pandemia ha concesso alla Commissione – miliardi in debito comune, spesa comune e la porta verso una vera tassazione comune – era del tutto inimmaginabile qualche mese fa. Ma, nonostante il raddoppio del bilancio Ue, le cifre sono ancora insufficienti: i sussidi all’Italia nei prossimi tre anni potrebbero ridursi ad appena lo 0,6 per cento del pil annualizzato, cioè moltiplicato per quattro, per avere una stima rispetto al trimestre considerato. Questo perché a contare non è stato l’altruismo ma l’interesse nazionale: per proteggere i mercati europei delle esportazioni tedesche, Merkel ha scelto ancora una volta di fare quello che era indispensabile per salvare l’euro, ma non il massimo per risanarlo. Malgrado le discussioni con i frugali, questi non sono veri e propri eurobond (obbligazioni emesse “in comune” nell’eurozona). È stata mutualizzata solo una parte della crisi, non l’intero debito europeo, cosa che alleggerirebbe il sud.
A Bruxelles oggi l’umore è trionfalistico. I discorsi su von der Leyen sono calorosi, irriconoscibili rispetto a marzo. “Sa ascoltare,” ha detto un funzionario della Commissione. “Abbiamo visto più lei in quattro mesi che Juncker in quattro anni”, ha detto un altro. La sua stanza da letto a Berlaymont, installata come una branda da campo napoleonica accanto al suo ufficio in modo che possa raggiungere il lavoro in pochi minuti, non è più presa in giro. Questa euforia non viene dai dati economici, ma da un auspicio: i Macron e le Merkel vanno e vengono, mentre una nuova super-Commissione, diventata il tesoriere europeo di ultima istanza, è qui per restare. Varcato il Rubicone, il pulsante del debito comune continuerà a essere schiacciato durante i vertici sulla crisi finché il palazzo di Berlaymont sarà il cuore di un’unione finanziaria.
La ruota della storia
Ma andrà proprio così? Fra tre anni gli europei penseranno davvero che è stato questo nuovo potere a spingere la loro ripresa? Quando la nomina di von der Leyen è stata confermata dal parlamento europeo, l’aula è esplosa in un applauso, e i parlamentari si sono fatti avanti per salutare la nuova presidente. Davanti a lei è apparso raggiante David McAllister, l’ex ministro presidente della Bassa Sassonia, e l’ha abbracciata dicendo: “Sai una cosa? In questo momento tuo padre ti vede!”. Von der Leyen ha sorriso. Poco prima di morire, chiesero a Ernst Albrecht se avesse mai fallito in qualcosa. Il vecchio replicò: “Tutti falliscono in qualcosa durante la loro vita. Io ho lavorato diciassette anni per l’unificazione d’Europa. Oggi direi che in questo ho fallito”.
Per tutta la vita Ursula è stata la figlia, l’erede, la cancelliera di riserva; mai se stessa. Per tutta la sua vita in politica, l’Europa è stata paralizzata, in crisi, e il lavoro della generazione di suo padre a rischio. Ora la ruota della storia è girata: per lei, per la Commissione che dirige, questa è un’occasione per affermare il proprio potere, e quest’occasione potrebbe non ripresentarsi mai più.
Francia e Germania ne sono convinte. Il Consiglio europeo, il rivale che ha sede nel Palazzo Europa, è guidato da un personaggio belga poco brillante. Il pacchetto di aiuti contro il coronavirus, se von der Leyen riuscirà ad attuarlo, potrebbe restituire a Berlaymont il potere che perde dai tempi di Jacques Delors, ma solo se la commissaria saprà tenerselo stretto. Improvvisamente non c’è Mutti, non c’è Vati ad aprire la strada. Ora dipende tutto da lei. Ci sono pochi momenti in politica così esaltanti, e così terrificanti. ◆ gc
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Questo articolo è uscito sul numero 1383 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati