Le giurie veneziane sanno come mantenere la suspense fino alla fine. Dopo la sorpresa del Leone d’oro assegnato l’anno scorso a Father mother sister brother di Jim Jarmusch, anche _Woman unknown _di May el-Toukhy ha ribaltato i pronostici, aggiudicandosi il massimo riconoscimento dell’83a edizione della Mostra del cinema di Venezia. Questo dopo aver già ricevuto la Coppa Volpi per l’interpretazione dell’attrice Mathilde Arcel, alla fine di una premiazione molto politica. È la quarta volta in sette edizioni che una regista vince il Leone d’oro. Una statistica ancora più straordinaria se si considera che quest’anno solo due film sui 21 in concorso erano diretti o codiretti da una donna.

Donne invisibili

Ambientato in Danimarca poco dopo la fine dell’occupazione nazista, _Woman unknown _traccia il ritratto di una domestica sul punto di cambiare classe sociale sposando il padrone di casa, proprio mentre un terribile segreto legato al suo passato minaccia di ostacolarne il riscatto. Un film perfettamente in linea con un’edizione tormentata dal tema delle scelte morali, in bilico tra chi cede gradualmente alla tentazione del male e chi invece impara a mettere in discussione il proprio ambiente per resistere.

Nel ricevere il premio, la regista danese-egiziana May el-Toukhy ha spiegato di aver voluto rendere omaggio alle “donne invisibili e senza voce”, con un’opera in cui “il loro corpo è un campo di battaglia”. Ha elogiato gli interventi della presidente della giuria, l’attrice statunitense Maggie Gyllenhaal, volti a promuovere la parità di genere nell’industria cinematografica, e ha dedicato il premio alla figlia adolescente: “Stacca la testa dal telefono, guardati intorno e usa la tua voce per rifiutare ogni disumanizzazione, prendi la parola in favore di chi è stato abbandonato e ridotto al silenzio”.

Il favorito, Possible love _di Lee Chang-dong, ha dovuto accontentarsi del Gran premio della giuria. Se non altro, questo splendido film, che tratta con grande sensibilità la scomparsa della classe operaia, la sua feticizzazione e il suo sfruttamento da parte della borghesia, ha avuto una sorte migliore rispetto al precedente capolavoro di Lee, _Burning, uscito ingiustamente a mani vuote dal festival di Cannes nel 2018. Il regista sudcoreano intende accogliere il premio come un incoraggiamento a continuare a esplorare questi spunti di riflessione, “in un momento in cui le connessioni tra gli esseri umani si stanno interrompendo”. Speriamo solo di non dover aspettare altri otto anni per il prossimo film.

Naza (the guardian)

L’altro grande favorito, Naza, un documentario che racconta dall’interno l’uccisione sistematica di civili a Gaza da parte dell’esercito israeliano, ha vinto il premio speciale della giuria. Accolto da una lunga ovazione, il giornalista israeliano Yuval Abraham ha ricordato, al fianco della co-regista Rachel Szor, che quella settimana sei bambini palestinesi erano morti negli attacchi, sostenendo che la negazione di questi crimini è ciò che permette che si ripetano. Ha reso omaggio alle centinaia di giornalisti uccisi a Gaza, prima di puntare il dito contro i governi italiano e tedesco per il sostegno a Israele.

L’Oppenheimer sovietico

Di politica si è parlato ancora con l’attribuzione del Leone d’argento per la regia a Ilja Chržanovskij, che ha rinunciato alla nazionalità russa. Il suo film Dau, di oltre tre ore, frutto di anni di lavoro che hanno coinvolto centinaia di attori, segue nell’arco dei decenni una sorta di Oppenheimer sovietico e libertino, che per un certo periodo resiste a lavorare sulla bomba atomica, prima di cedere alle pressioni dello stato totalitario. Sconvolgente e oppressivo, _Dau _immerge lo spettatore in un mondo violento che ha perso ogni punto di riferimento morale. Il regista, che ha girato gran parte del film a Charkiv, in Ucraina, ha dedicato il premio “agli ucraini che lottano per la libertà, la pace e la vittoria”.

L’Italia non ha vinto nulla nonostante i cinque film in concorso. La Francia, con le sue quattro pellicole, ha avuto una sorte migliore, portando a casa – come nel 2025 – il premio per la migliore sceneggiatura. Così Stéphane Brizé, Coralie Amédéo e Olivier Gorce succedono a Valérie Donzelli e al suo La mattina scrivo con il loro Un bon petit soldat, che racconta i dilemmi di una giovane responsabile delle risorse umane, combattuta tra i risultati aziendali e la tutela dei dipendenti.

L’opinione
Meno star, più riflessioni

◆ “Cosa succede quando a un grande festival cinematografico internazionale le star non si presentano?”. Se lo è chiesto Raphael Abraham, che ha seguito la Mostra del cinema di Venezia per il Financial Times. “Quest’anno le celebrità hollywoodiane erano meno rispetto alle ultime edizioni. Molte grandi case di produzione hanno tenuto lontani i loro film, presumibilmente spaventate dall’accoglienza tutto sommato tiepida riservata nell’edizione del 2025 a pellicole forse non troppo incisive con protagonisti del calibro di George Clooney (Jay Kelly _di Noah Baumbach), Julia Roberts (After the hunt_ di Luca Guadagnino) e Dwayne Johnson (The smashing machine _di Benny Safdie)”. Potrebbe essere una cattiva notizia per gli amanti delle celebrità e dei tappeti rossi, scrive Abraham, ma questa assenza ha lasciato maggiore spazio a film più piccoli e, di conseguenza, a riflessioni più profonde. Il risultato è una serie di pellicole che ci mettono di fronte alle nostre paure e in alcuni casi, come _Naza, mostrano con chiarezza una tragedia in atto. Un po’ di sollievo è arrivato da Look back, di Hirokazu Kore-eda, scrive il giornale britannico. La storia di due compagne di scuola che inseguono il sogno di realizzare un manga è commovente, anche se a un certo punto prende una piega abbastanza cupa. ◆


“Il mio film racconta una storia in cui la corsa al profitto genera sofferenza, e quando l’economia genera sofferenza il fascismo emerge sempre come un avvoltoio, creando l’illusione di una riparazione”, ha detto Brizé. “Le stesse cause producono sempre gli stessi effetti. Ciò che è successo ieri si ripete oggi, ma oggi non possiamo dire che non sapevamo”.

Un altro riconoscimento alla Francia è arrivato con la giovane Malou Khebizi, una delle protagoniste del film 15/18 _di Cédric Kahn (ambientato in un reparto di un istituto psichiatrico per adolescenti), che ha vinto il premio Marcello Mastroianni, dedicato a un attore o a un’attrice emergente. Lo statunitense John Malkovich ha invece vinto la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile, grazie al ruolo di un agente della Cia incaricato di rovesciare Salvador Allende in Cile in _Wild horse nine di Martin McDonagh. Un riconoscimento che lo colloca tra i favoriti nella corsa agli Oscar. ◆ adr

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Questo articolo è uscito sul numero 1683 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati