L’ultima volta che Mirna Urías ha visto suo figlio Merlon, il ragazzo aveva 18 anni e indossava dei pantaloncini neri e una camicia marrone. Era la sera del 30 marzo 2022. Merlon era in ginocchio accanto a tre amici, mentre alcuni agenti di polizia gli puntavano contro le armi. Da lontano, la donna ha gridato: “Non ti preoccupare, dimostreremo che sei innocente”. Poi gli agenti l’hanno portato in centrale e da allora Urías non lo ha più visto. Sono passati quattro anni e due mesi. Oggi Merlon ha 22 anni e l’unica cosa che la madre sa di lui gliel’hanno detta alcuni agenti . Avevano il passamontagna e hanno parlato da dietro un vetro spesso: il ragazzo è vivo ed è in carcere. Nient’altro.

Mirna Urías è una delle migliaia di donne salvadoregne che da anni girano per le prigioni del paese alla ricerca dei figli, mentre le autorità restano in silenzio.

Il 10 maggio alcune di loro si sono riunite davanti alla cattedrale di San Salvador. Non erano lì per celebrare la festa della mamma, ma per rendere pubblico il loro dolore. Davanti all’ambiguità dello stato, hanno creato un collettivo con l’intenzione di farsi ascoltare. Oggi Madres por la libertad è composto da un centinaio di persone. Ma Urías, la portavoce, è sicura che presto saranno migliaia.

“Non abbiamo nessuna prova del fatto che siano ancora vivi”, dice. “So che mio figlio non è morto solo perché ogni due o tre mesi un secondino mi dice che l’hanno spostato in un’altra cella. Almeno posso pensare che sia all’interno del sistema”. Un rapporto della polizia nazionale civile sulle persone incarcerate nelle prime fasi dello stato di emergenza (in vigore dal marzo 2022), a cui questo giornale ha avuto accesso, ha registrato l’arresto di Merlon con l’accusa di associazione a delinquere per scopi terroristici. La madre, però, assicura che il ragazzo non è un criminale e che al momento dell’arresto raccoglieva canna da zucchero. Secondo i dati pubblicati sui social network dal presidente populista Nayib Bukele – gli unici disponibili, visto che gli altri sono censurati dallo stato – nel paese la violenza delle bande criminali ha causato la scomparsa di 80mila persone negli ultimi trent’anni, una ogni cento abitanti. Per ogni persona scomparsa ce n’è almeno una che la cerca. Sono quasi tutte donne, in maggioranza madri. A questa tragedia storica si aggiunge il fatto che negli ultimi quattro anni altre 92mila persone sono state inghiottite dal sistema penitenziario nazionale, senza la possibilità di comunicare con l’esterno.

Il dolore dell’incertezza

Lo stato d’emergenza, che ormai dura da più di quattro anni, è riuscito a smantellare le bande, responsabili di decenni di violenza nel paese centroamericano. Ma la politica del pugno di ferro ha provocato danni collaterali gravissimi soprattutto per gli abitanti delle comunità più povere. “Da quando è in vigore la misura, noi madri ci incontriamo davanti alle carceri per cercare i nostri figli. Ci siamo conosciute in queste circostanze e ci siamo accorte di essere nella stessa situazione. Alcune vedono i figli solo nelle foto pubblicate dai giornali quando i detenuti sono spostati o durante le udienze. Ma nella maggioranza dei casi non sappiamo neanche se sono vivi o morti”, racconta Urías.

Così un gruppo di donne originarie della comunità di Bajo Lempa, nel sudest del paese, si è organizzato. “Quando qualcuna non sapeva dove fosse il figlio, la aiutavano a chiedere notizie alle istituzioni. Abbiamo capito che abbiamo il diritto di avere informazioni e di assicurarci che lo stato non stia commettendo violenza sui nostri figli”, spiega Urías.

Al gruppo di madri che cercano i figli arrestati da Bukele si sono aggiunte le donne che cercano i figli scomparsi per la violenza delle bande. Tra loro c’è Eneida Abarca: il 1 gennaio del 2022 il figlio Carlos era in una zona controllata dalle gang e da allora non si hanno sue notizie. “Condividiamo lo stesso dolore, quello dell’incertezza più totale”, spiega.

Nel 2023 un rapporto dell’organizzazione per la difesa dei diritti umani Cristosal aveva rivelato che le donne salvadoregne sono le prime vittime della politica di sicurezza del governo, costrette a prendersi cura dei familiari rimasti in libertà e a usare ogni risorsa economica per sostenere le spese legali.

Nelle prigioni le condizioni sono terribili: sovraffollamento, mancanza di assistenza medica e processi senza diritto ad avere una difesa. Secondo vari organismi internazionali, il governo di Bukele commette regolarmente crimini contro l’umanità, comprese la tortura e la sparizione forzata.

Attraversare le frontiere

José Dubal Mata Alvarado è stato arrestato il 18 aprile 2022, a 26 anni, mentre tornava a casa alla fine della giornata di lavoro in un’azienda agricola di Usulután. La madre, Marcela Alvarado, racconta che il dolore costante per la sorte del figlio le ha provocato problemi cardiaci e diabete. José è ancora dietro le sbarre nonostante un giudice ne abbia ordinato la scarcerazione due volte. “Gli hanno concesso la libertà, ma non sono arrivata in tempo per prenderlo perché abito a sei ore di distanza. Se la famiglia non si presenta subito, in meno di un’ora riportano le persone in cella”, racconta. “Sono distrutta per aver mancato l’appuntamento. Prima o poi me lo riporteranno, ma in una bara. È così che restituiscono i ragazzi alle famiglie”.

Alcune donne, come Johana García, devono affrontare assenze multiple. Nell’aprile 2022 la polizia ha portato via il figlio René, la figlia Sandra e il marito. Da allora Johana, 68 anni, si è fatta carico da sola di cinque minori. Otto mesi dopo gli arresti le hanno diagnosticato un tumore.

L’ong Socorro jurídico humanitario ha documentato 500 decessi nelle carceri del Salvador, una cifra ampiamente sottostimata. Sono numerosi i casi di cadaveri sepolti nelle fosse comuni senza che le autorità notifichino la morte ai parenti.

Il governo accusa i difensori dei diritti umani di essere complici dei criminali. Contrastando questa versione dei fatti, le donne del collettivo Madres por la libertad sostengono che il loro unico scopo sia difendere chi è stato arrestato senza mandato. “Dico che mio figlio è innocente perché so che era un giovane lavoratore. Non ho intenzione di stare zitta e pretendo di essere ascoltata”, afferma Alvarado. “Spero che la nostra voce attraverserà le frontiere e che il mondo smetterà di credere che il Salvador sia un paese delle meraviglie”. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1666 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati