Che si tratti di un lavoratore portuale di Singapore, di una cucitrice del Bangladesh o di un operaio in una fabbrica di automobili indiana, in Asia molte persone sono sempre più sotto pressione. Soprattutto nei paesi emergenti l’occupazione è minacciata su due fronti. Da un lato, la pandemia ha costretto le fabbriche a chiudere per settimane o addirittura mesi, e la domanda in gran parte ancora ristagna. Dall’altro, la pandemia è un potente acceleratore del processo di automazione. È una manovra a tenaglia che potrebbe costare il posto a milioni di lavoratori.
“Ancora una volta il covid-19 ha velocizzato l’arrivo del ‘futuro del mondo del lavoro’”, avverte Saadia Zahidi, amministratrice delegata del Forum economico mondiale. Il rischio di un circolo vizioso innescato dall’automazione è al momento molto concreto, fa notare il Fondo monetario internazionale (Fmi): “La robotizzazione, che in Asia è già piuttosto avanzata, potrebbe sostituire un numero ancora più alto di lavoratori non qualificati. Le disuguaglianze aumenterebbero e potrebbero sfociare in disordini sociali, che a loro volta sono un ostacolo alla crescita economica”.
Secondo uno studio del Forum economico mondiale, oggi quattro dirigenti aziendali su cinque vogliono accelerare la digitalizzazione. Nell’arco di cinque anni potrebbero sparire 85 milioni di posti di lavoro, uno scenario che spazzerebbe via i guadagni in termini occupazionali accumulati dopo la crisi finanziaria globale del 2008. La disuguaglianza crescerebbe, perché è vero che l’automazione genera anche nuovi lavori, ma in genere queste mansioni non sono svolte da chi è rimasto disoccupato. Le economie emergenti dell’Asia hanno raggiunto un livello di sviluppo – e di conseguenza anche un livello salariale – che rende conveniente l’uso dei robot. Tanto più che il loro prezzo negli anni è diminuito grazie a una diffusione in continua crescita. Le fabbriche asiatiche oggi hanno abbastanza esperienza e denaro per investire nelle nuove tecnologie. La crisi scatenata dal covid-19, inoltre, ha evidenziato una cosa: i robot non si ammalano, lavorano nonostante il lockdown, non si rifugiano nei loro villaggi di provenienza quando tutto va male.
Questa combinazione di fattori ha scatenato una tempesta perfetta per molti asiatici che fino a poco fa sfamavano le loro famiglie grazie a lavori monotoni e ripetitivi. In India quasi il 60 per cento delle aziende vuole promuovere l’automazione. In Indonesia il 48 per cento dei lavoratori rischia il posto. In Malesia, dove lo sviluppo è più avanzato, l’86 per cento delle aziende pianifica di passare a una rapida automazione.
Divario tra ricchi e poveri
Secondo il Forum economico mondiale, il 43 per cento delle aziende di tutto il mondo ha dichiarato che entro il 2025 ridurrà la forza lavoro a causa dell’automazione e dello sviluppo tecnologico. Quest’evoluzione colpisce soprattutto i più deboli, e nel momento peggiore. La Banca mondiale teme che la pandemia abbia riportato circa 90 milioni di persone in condizioni di povertà estrema, con un reddito inferiore a 1,90 dollari al giorno. Il divario tra ricchi e poveri si allarga. Il coefficiente di Gini, che misura la disuguaglianza (0 indica la massima uguaglianza e 1 la massima disuguaglianza), è in aumento: “È probabile che il coefficiente di Gini medio per i paesi emergenti e in via di sviluppo aumenti di 2,6 punti percentuali, più o meno il valore del 2008. Significa che i passi in avanti fatti dalla crisi del 2008 potrebbero essere cancellati”, avverte l’Fmi. Masatsugu Asakawa, presidente dell’Asian development bank, ha appena lanciato l’allarme: “Si allargano i divari di reddito e le disuguaglianze nelle opportunità”.
L’Asia sta attraversando la peggiore crisi da generazioni. In India, per esempio, l’Fmi prevede un calo del pil del 10,3 per cento. “Ed entro la metà del decennio”, aggiungono gli esperti dell’istituto, “il pil mondiale diminuirà del 5 per cento rispetto al periodo precedente alla pandemia, a causa del calo della partecipazione alla vita lavorativa e del clima di scarsa fiducia che sta frenando gli investimenti privati”. ◆ nv
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1382 di Internazionale, a pagina 115. Compra questo numero | Abbonati