“La chiave di qualsiasi storia su una ragazza morta è l’ossessione, inquietante e semisessuale, dell’investigatore per la ragazza stessa, o meglio, per l’assenza che ha lasciato”, scrive Alice Bolin nella sua raccolta di saggi Dead girls. Essays on surviving an american obsession. _Una volta identificato il filo di necrofilia che attraversa la cultura televisiva, da _Twin peaks a True detective passando per qualsiasi poliziesco, Bolin continua a vederlo ovunque e a chiedersi come andrebbero le cose se uno spazio così centrale e privilegiato fosse occupato da una ragazza viva e vegeta. L’onnipresenza di questo schema, che Bolin chiama dead girl show, lo spettacolo della ragazza morta, le fa pensare che la “ragazza morta” possa essere una figura a cui ispirarsi per avere successo.

Il Dead girl show

Quella delle “ragazze morte” è una delle variazioni più recenti di un genere molto amato: i romanzi di formazione che raccontano quanto sia difficile essere viste in una cultura che rifiuta di vederti. Bolin percepisce la storia che viene invece raccontata, lo spettacolo della ragazza morta, come una fiaba moderna con tanto di bosco oscuro e ambientazione idilliaca, in un paesino dove “ancestrale avidità e rabbia violenta” portano al “sacrificio estremo, la vergine martire”. La ragazza morta di solito non è una ragazzina ma una giovane donna, e la sua morte di solito non è naturale, ma intenzionale e violenta. Il modello è quello di Laura Palmer di Twin peaks, l’idea di una ragazza slegata dalla realtà. “Tutti amano la ragazza morta”, osserva Bolin, ma naturalmente “la amiamo proprio per questo: perché è morta, e la sua morte fa da catalizzatore per il divertimento dell’attività investigativa”. È un telo bianco su cui un protagonista preferibilmente di sesso maschile può proiettare le sue fantasie.

Un episodio dopo l’altro un protagonista maschio cerca di afferrare il significato della morte della ragazza, e mentre la sua identità si organizza intorno a quella di lei, della personalità o del punto di vista di quest’ultima non rimane traccia. Sui saggi di Bolin aleggia la questione dell’autorità, un’autorità bianca e patriarcale. Nello spettacolo della ragazza morta il marito e il padre incombono in lontananza. È scontato che il colpevole del delitto sia un parente di sesso maschile. Al tempo stesso, sottolinea Bolin, il racconto (e la legge) tendono a favorirlo, aiutandolo a farla franca.

Naturalmente lo status di “vittima perfetta” della ragazza morta ha la capacità di “nascondere le morti di eserciti di vittime non bianche o povere o brutte o disabili o immigrate o tossicodipendenti o gay o trans”, e Bolin sottolinea come potrebbe essere proprio lei, la ragazza morta, “il vero volto della complicità delle donne bianche”. Bolin ha cominciato a scrivere il suo libro dopo aver pubblicato un saggio molto apprezzato su True detective – la serie con un investigatore problematico e una vittima di sesso femminile messa in modo da risultare fotogenica – e dopo essersi trasferita dall’Idaho a Los Angeles.

Il suo trasferimento, che in un primo momento sembra non avere alcun legame con le tematiche trattate nel libro, in realtà si integra con loro. Una ragazza ingenua scappa dalla sua città nel nord-ovest degli Stati Uniti, una zona famosa per i serial killer come sottolinea l’autrice, per raggiungere una grande città indifferente dove perde presto le sue illusioni. Questa ragazza, che non è morta, arriva in città alla ricerca del suo io scomparso e non trova niente.

True detective (hbo)

È una trama seducente che Bolin intitola, parafrasando Joan Didon, Hello to all that. Tra i racconti che cita ci sono I lanciafiamme di Rachel Kushner e Chelsea girls di Eileen Myles, dove giovani protagoniste arrivano in città dal nulla, cercando di “affermarsi come artiste”.

È facile romanzare questa trama, scrive Bolin, ma “l’educazione sentimentale non è certo una metafora innocua, soprattutto quando delle donne bianche americane – dalle eroine di Henry James alla protagonista di I lanciafiamme – simboleggiano l’innocenza del loro giovane paese”, un paese in cui il simbolo della ragazza (bianca) morta è spesso usato per giustificare la violenza e mantenere lo status quo razzista.

La raccolta di saggi di Michelle Tea, Against memoir, è più eclettica e ad ampio raggio, ma elabora molti di questi temi con una prosa rapida e immediata. Anche lei ricostruisce la sua formazione artistica e femminista attraverso le influenze culturali, ripercorrendo però esperienze più turbolente. Se il libro di Bolin è una meditazione lirica, quello di Tea è un sonoro schiaffone. Si apre con un capitolo su Valerie Solanas, la famigerata attentatrice di Andy Warhol, autrice dell’eccentrico SCUM Manifesto.Quando lo lesse per la prima volta, Tea lo giudicò “completamente reale e completamente irreale” nel raccontare una verità “dolorosamente assurda”, ossia che viviamo in un mondo in cui “gli uomini fanno di tutto alle donne che se ne vanno in giro terrorizzate, traumatizzate e arrabbiate”.

Sotto le macerie altrui

Un dolore palpabile percorre molti di questi saggi, assieme a una gioia aspra e a un’intensa curiosità. Dopo aver scoperto che il patrigno che lei riteneva suo padre aveva fatto dei buchi nelle pareti della loro casa per spiare lei e sua sorella, osserva: “Avrebbe dovuto essere lui ad affrontare la vergogna di essere stato scoperto, ma alla fine si è tenuto la casa mentre le figlie sono dovute scappare via, e si è tenuto la moglie, una madre in cui le figlie non sarebbero più riuscite ad avere fiducia. Era entrato nella famiglia come un parassita invadente, l’aveva uccisa e ne aveva colonizzato il cadavere”. È un’immagine memorabile ed emblematica. Come Bolin, anche Tea fugge da un posto sperduto in città (prima Tucson, poi San Francisco), dove scopre a sua volta Chelsea girls. Del libro di Myles la colpisce l’esperienza di sentirsi sepolta viva in una cultura, sotto le macerie di storie di altri: “Avere troppo da dire e al tempo stesso essere costrette a conquistarsi un posto da cui poter parlare con le unghie”.

La sua giovinezza selvaggia è ormai abbastanza lontana da apparirle avvolta nel mito. Particolarmente inquietante è un saggio sulle hags, le lesbiche punk, molte delle quali tossicodipendenti, che vivevano e morivano (in quantità spaventose a causa dell’eroina contaminata) nel quartiere di Mission a San Francisco, quando la città era punk, queer e pericolosa. Memorabile anche il resoconto di com’è essere una giovane donna che vive in città e che deve affrontare ogni giorno atti di esibizionismo, ossia flashers, come venivano definiti negli anni sessanta.

Sia in Dead girls sia in Against memoirs la scrittura autobiografica seduce anche per il suo desiderio di cogliere la nostra esperienza dell’epoca, di intrappolarci in un momento che non smette di trascorrere. “Non sarai mai più in questa specifica condizione”, scrive Tea. “Le sue tracce punteggiano la versione della tua storia che stai raccontando oggi”. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1289 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati