Dieci anni fa l’idea sarebbe sembrata quasi inconcepibile: una banca italiana, di un paese a lungo considerato uno degli anelli deboli dell’eurozona, che cerca di prendere il controllo di un monumento della finanza tedesca fondato nel 1870. Eppure da diciotto mesi l’Unicredit ha concluso con successo il braccio di ferro per prendersi la Commerzbank, che ha cercato di difendere la propria indipendenza, con il sostegno di Berlino.

Andrea Orcel, amministratore delegato della banca lombarda, ha stretto la morsa, trasformando un’operazione bancaria apparentemente di natura tecnica in una sfida politica per Berlino e in una prova su vasta scala del processo di consolidamento del mercato bancario europeo.

È difficile non vedere in questa vicenda una rivincita dopo il traumatico episodio della crisi dell’euro. La Germania, che oggi sperimenta le fragilità del proprio modello economico, è molto più vulnerabile alle offensive straniere. Tra queste ci sono varie aziende italiane attive in settori che stanno perdendo competitività, anche in ambiti politicamente sensibili.

Banche più grandi

La finanza è l’esempio più evidente. Per molto tempo la Germania ha creduto che il suo sistema bancario, frammentato e inefficiente – dominato da banche cooperative, casse di risparmio e banche regionali, fortemente legate agli equilibri politici locali – fosse ancora adatto al suo modello economico e industriale. In realtà, però, i fallimenti delle aziende si moltiplicano e gli investimenti privati ristagnano, rendendo evidenti i limiti del sistema, sempre meno capace di finanziare il rilancio dell’economia. In questo contesto Orcel ha colto l’occasione offerta nel settembre 2024 dallo stato tedesco che ha venduto una quota della Commerzbank. Il manager italiano ha così potuto aumentare la partecipazione dell’Unicredit nel capitale della banca di Francoforte.

Secondo Orcel, questa operazione ha un sapore di _ déjà-vu_. Il banchiere è stato infatti uno dei protagonisti del consolidamento del settore bancario italiano, avviato con la riforma del 1990 (la privatizzazione delle banche pubbliche). È stato tra gli artefici della nascita dell’Unicredit nel 1998, frutto della fusione di diverse banche, tra cui Unicredito e Credito Italiano. Negli anni duemila l’Unicredit ha moltiplicato le acquisizioni nell’Europa centrale, tra cui quella della tedesca HypoVereinsbank nel 2005, fino a diventare oggi una delle banche più redditizie e più internazionalizzate d’Europa.

“Fino agli anni novanta il settore bancario italiano era soprannominato la ‘foresta pietrificata’, perché il sistema era molto frammentato, poco orientato al mercato e vicino ai poteri politici locali, proprio come oggi le banche tedesche. In seguito si è trasformato e si è in parte depoliticizzato, e l’Unicredit è stata in prima linea”, sottolinea Nicolas Véron, esperto di mercati finanziari presso il centro studi Bruegel e ricercatore del Peterson institute for international economics di Washington.

Orcel giustifica la sua offensiva sulla Commerzbank sostenendo che, di fronte agli sconvolgimenti che stanno attraversando il mondo, la trasformazione dell’Europa – in particolare nei settori della difesa, della transizione energetica e delle infrastrutture – richiede banche più grandi, più efficienti e soprattutto meno legate ai confini nazionali. Riuscirà ad avere la meglio sulla foresta pietrificata tedesca? Un passaggio della Commerz­bank sotto il controllo della Unicredit ha un forte valore simbolico, sia in Germania sia in un’Europa che da vent’anni parla di unione bancaria senza riuscire a realizzarla. Stessa dinamica in altri settori: come Unicredit, vari gruppi italiani approfittano delle opportunità offerte dalle lentezze del capitalismo tedesco, contribuendo così di fatto al rafforzamento del mercato unico europeo.

Nel settore dei trasporti è il gruppo privato Italo a sfidare il mercato tedesco nel suo segmento più prestigioso: l’alta velocità. Alla fine di aprile Italo ha annunciato l’intenzione di far circolare in Germania treni ad alta velocità su diverse tratte, tra cui anche la Monaco-Berlino, entrando così in concorrenza con la Deutsche Bahn, l’azienda pubblica tedesca che da anni è criticata per i ritardi accumulati dai suoi convogli e per la scarsa qualità del servizio offerto. Ora dovrà fare i conti con l’offensiva di Italo, che si è anche impegnata a comprare 26 treni dal gruppo Siemens per 3,6 miliardi di euro a partire dal 2028.

Nel settore dei mezzi d’informazione, il gruppo televisivo privato italiano MediaForEurope (Mfe), controllato dalla famiglia Berlusconi, ha assunto nel 2025 il controllo della tv privata ProSiebenSat.1, con sede a Monaco di Baviera. Il gruppo tedesco, un tempo grande nome del settore radio e tv, non aveva colto la svolta dello streaming ed era rimasto dipendente dalla tv tradizionale e da un mercato pubblicitario in declino. Il gruppo Mfe, che è presente anche in Spagna, vuole diventare una grande piattaforma europea capace di competere con quelle statunitensi.

Il controllo dei porti

Nel settore delle infrastrutture, il porto di Amburgo, dall’alto valore simbolico, ha dovuto cercare investimenti stranieri per contrastare la concorrenza. Alla fine del 2024 ha ceduto all’armatore italosvizzero Msc il 49,9 per cento della società Hamburger Hafen und Logistik AG, che gestisce i terminal chiave del porto. Questa operazione, che garantisce un volume minimo di traffico, rappresenta una risposta alla crescente pressione esercitata da Rotterdam (nei Paesi Bassi) e Anversa-Bruges (in Belgio), due porti meglio posizionati su alcuni flussi internazionali e aggressivi negli investimenti logistici.

“Gli italiani, come gli spagnoli, hanno attraversato enormi difficoltà durante e dopo la crisi dell’euro, che li hanno costretti a realizzare importanti riforme. Molte aziende hanno dovuto risanare i propri bilanci e ridurre i costi”, ricorda l’economista Guntram Wolff, professore alla Libera università di Bruxelles. “Per molto tempo i tedeschi hanno guardato con un sorrisetto questo sud considerato debole. Credo che oggi stiamo assistendo a un’inversione di tendenza: imprese solide dell’Europa meridionale che sfidano una Germania che invece fatica ad avviare le riforme”. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1668 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati