Ci vediamo a Santarcangelo! Si può entrare a far parte di una comunità bellissima in un modo molto semplice e salutarsi così. Cominciando a frequentare il festival di Santarcangelo di Romagna, che si svolge nella prima metà di luglio (quest’anno dal 3 al 12) da più di mezzo secolo. Non occorre nemmeno ricordarlo: Santarcangelo è stata ed è ancora la Taz, la zona temporaneamente autonoma, da cui è generata buona parte della scena teatrale indipendente italiana. C’è un modo per misurare la salute di un festival: guardare chi lo attacca, chi gli toglie fondi, invece di omaggiarne la storia e imparare dal presente. Chiunque vada a teatro non può negare che tra le esperienze più importanti della sua vita di spettatore e non solo, c’è qualcosa che è successo a Santarcangelo. E negli ultimi cinque anni quest’aspettativa è stata rispettata e rilanciata dalla direzione artistica di Tomasz Kireńczuk. Man mano che il mondo diventava un posto con più confini, più dittatori, più massacri, Santarcangelo ha continuato a fornire uno strumentario sensoriale, creativo, teorico, per far deflagrare le retrotopie in corso, con una capacità di mescolare queerness e cosmopolitismo, perturbamento e dolcezza, ricordandoci di nuovo o all’improvviso cosa siamo in fondo. Ragazzini o vecchissimi, re o homeless, corpi in mezzo ai mille corpi in movimento che incontriamo ogni giorno: e da questo campo di forze, possiamo immaginare bellezze impensate, nonostante tutto. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1673 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati