L’incontro tra me e Fedja Štukan è cominciato con un malinteso. “Alle tre al teatro”, gli avevo proposto con un messaggio su WhatsApp. Intendevo il Kamerni teatar 55 a Sarajevo, dove Fedja si esibisce come attore, e dove è in cartellone la sua opera Blank (vuoto).
Štukan, invece, pensava che mi riferissi al Teatro nazionale, perché a Sarajevo quando qualcuno dice “il teatro” il più delle volte intende quello. Ma io non sono di qui, quanti altri teatri potrei mai avere in mente?
“Sono qui”, mi scrive Fedja mentre lo cerco all’ingresso del Kamerni teatar 55.
Il malinteso si chiarisce presto. Questi due posti, probabilmente i più importanti palcoscenici della Bosnia Erzegovina, distano l’uno dall’altro solo tre o quattro minuti a piedi.
Štukan ha parcheggiato la sua moto proprio accanto al Teatro nazionale. È una Bmw nuova, che ha comprato recentemente. È ricoperta di frasi tratte dal suo libro autobiografico, Blank, e dalla rappresentazione teatrale che da poco è andata in scena in anteprima ed è stata accolta dall’ovazione del pubblico.
Ma le frasi sono molto più di semplice pubblicità. Blank è la vita di Fedja, anzi è la sua esistenza precedente, che è riuscito a lasciarsi alle spalle. La pubblicazione del libro gli ha cambiato la vita, così come quella di molti che l’hanno letto. Per capirlo è necessario fare un passo indietro.
Nelle pagine di Blank l’attore bosniaco, nato nel 1974 a Sarajevo, descrive la sua turbolenta giovinezza e soprattutto l’esperienza della guerra in Bosnia Erzegovina scoppiata nel 1992. Scrive di come entrò a far parte di un’unità militare d’élite e del tentativo di estremisti islamici finanziati dall’estero di influenzare ideologicamente la sua unità. Non si risparmia nel raccontare la propria caduta nella tossicodipendenza e dell’esaurimento nervoso avuto in Germania, dove cercò di cominciare una nuova vita durante il conflitto. Ricorda la morte della sua fidanzata di allora, che prese l’epatite a causa di un ago sporco, il suo ritorno a Sarajevo e l’ambiente della droga locale, e, infine, la lotta contro la dipendenza da eroina e alcol.
Poi descrive come, insieme a molti altri, nel dopoguerra in Bosnia Erzegovina, si è battuto contro il nazionalismo religioso delle tre fazioni dominanti, entrando in conflitto con cattolici, cristiani ortodossi e musulmani intransigenti. Ricorda poi le iniziative di aiuto spontaneo e auto-organizzato che lui e i suoi compagni offrirono a persone in situazioni di disagio.
Con alle spalle tutto questo, è riuscito a costruirsi una carriera artistica di livello internazionale, diventando uno degli attori bosniaci più famosi del mondo. Forse solo Sergej Trifunović è più conosciuto di lui sulla scena internazionale. Trifunović è originario di Mostar, ma ha la cittadinanza serba.
Una società devastata e divisa, autorità religiose che portano al potere élite nazionaliste corrotte, la costante diffusione della paura e il desiderio di fuggire dalla vita quotidiana: molti nel suo paese hanno subìto le conseguenze di questi problemi. Tuttavia pochi ne parlano apertamente e sobriamente come Fedja.
Cose molto personali
Se c’è un posto dove il suo libro è stato apprezzato più che altrove, è senz’altro Sarajevo. Ci sono ancora migliaia di persone in giro per la città che, come il Fedja “di prima”, convivono con un disturbo da stress post-traumatico causato dalla guerra e stanno cercando di “guarirsi” con l’uso di sostanze, soprattutto negli ambienti culturali.
◆ 1974 Nasce a Sarajevo, in Bosnia Erzegovina.
◆ 1992 Si arruola nelle forze speciali dell’esercito bosniaco.
◆ 1994 Fugge in Germania.
◆ 2011 Recita nel film Nella terra del sangue e del miele, scritto e diretto da Angelina Jolie.
◆ 2018 Entra nel cast del film Kursk, con Colin Firth e Léa Seydoux.
Il successo del romanzo non era prevedibile, dice: “Cose del genere non possono essere pianificate”. Dopotutto all’inizio non voleva nemmeno pubblicarlo. “L’avevo scritto con l’idea di farne un film. Ma il testo è cresciuto e l’ho lasciato da parte per qualche anno. Infine un amico, il direttore della Filarmonica di Sarajevo, mi ha convinto a pubblicarlo. Contiene cose molto personali che non volevo proprio condividere con gli altri”, aggiunge.
La strada per l’adattamento teatrale è stata breve, soprattutto dopo il successo del libro. Ma questo non significa che il percorso sia stato semplice.
Una scena particolarmente importante del libro non ha trovato posto sul palcoscenico. “La morte della mia ragazza. Non volevo tormentare il pubblico con un evento così triste”, dice. Il dolore è stato trasferito nella colonna sonora.
Mentre parliamo, Štukan e io siamo seduti nella terrazza della caffetteria dell’Opera, di fronte al Teatro nazionale. A un certo punto una ragazza per strada lo riconosce e lo saluta. Poi si gira verso il suo ragazzo, che è statunitense, e dice: “Guarda, quello è il Fedja di cui ti ho parlato. Attore e scrittore”.
“Allora sei tu”, dice il ragazzo mentre rovista nella borsa: “Sto leggendo il tuo libro. È davvero fantastico. Posso avere un autografo?”.
“Che nome scrivo per la dedica?”, chiede Štukan. “A Daryll, per favore. Grazie mille”, risponde il ragazzo.
Blank è stato tradotto in diverse lingue, tra cui inglese, ceco, cinese, russo e albanese. Una traduzione in tedesco è in fase di preparazione.
L’adattamento teatrale è andato in scena anche alle isole Brioni, in Croazia, e in Montenegro. Ma non ancora in Serbia. Štukan, che di solito viene interpretato da Davor Golubović, fa due brevi apparizioni nello spettacolo e per le esibizioni in Serbia questo è un problema, perché due anni fa gli è stato vietato l’ingresso nel paese a causa delle sue prese di posizione.
Fino a quando quel divieto non sarà revocato lo spettacolo non potrà andare in scena nei teatri. Ed è lì, secondo Štukan, che sarebbe importante per il pubblico confrontarsi con i suoi temi. Il libro e lo spettacolo analizzano la propaganda nazionalista di tutte le parti in causa durante la guerra nei Balcani, descrivendo come i giovani furono aizzati gli uni contro gli altri. Sono questioni necessarie per il dibattito pubblico, tanto in Serbia quanto in Bosnia Erzegovina. Il pubblico non mancherebbe: Blank ha avuto un grande successo in Serbia, proprio come in altri paesi dell’ex Jugoslavia.
E quali sono i messaggi più importanti per lui? “Stare lontani dalle droghe pesanti, perché possono ucciderti. E anche dal nazionalismo. Non voglio dire che bisogna fare lo stesso con le religioni, che però qui sono intrecciate con il nazionalismo. Non si riesce a tenere separate le due cose. Non conosco nessun ateo che sia nazionalista, ma quasi tutti i nazionalisti, qui, sono religiosi”, sintetizza.
Štukan affronta questi temi non solo nel romanzo e nell’opera teatrale, ma anche attraverso il suo impegno quotidiano. Così, per esempio, dopo il deragliamento di un tram a febbraio in cui ha perso la vita un ragazzo, è stato tra le prime figure pubbliche a sostenere le proteste che ne sono nate in tutto il paese. E allo stesso tempo ha attirato l’attenzione con la scritta sulla maglietta “Morte al fascismo, libertà al popolo!”, che è lo slogan dei partigiani dell’Esercito popolare di liberazione al tempo della seconda guerra mondiale in Jugoslavia.
La battaglia per una vita dignitosa nell’ex Jugoslavia, dice, è sempre una lotta contro la palude del nazionalismo, in cui prospera la corruzione che uccide i bambini. A Novi Sad. A Cetinje. A Donja Jablanica. A Banja Luka. A Sarajevo.
“Non puoi amare solo i bambini che hanno il nome ‘giusto’ ed essere indifferente alla morte di tutti gli altri. Questo è quel che fa chi si considera una brava persona, ma non si comporta come tale”, spiega Štukan.
Nonostante tutto, lui non soccombe al pessimismo: la nascita della figlia è stato il momento più bello della sua vita, quello che gli ha dato una ragione per andare avanti. Spera che tutti vivano e conoscano momenti simili. Questa speranza è concentrata nel messaggio scritto sul retro della sua maglietta: “La vita è meravigliosa”. ◆ ab
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Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati