Nonostante le affermazioni di principio, la diplomazia internazionale e quella americana in particolare, così determinate in altre occasioni, non si preoccupano di garantire il ritorno del legittimo presidente Aristide ad Haiti. Il rischio, a questo punto, è che i sostenitori del presidente haitiano, dopo aver subìto la feroce repressione dell’esercito e degli irregolari, si ribellino scatenando una guerra civile che potrebbe definitivamente affossare il processo democratico in questo piccolo e poverissimo paese. Aristide è stato il primo presidente di Haiti eletto in consultazioni libere e democratiche.

A Manchester, durante le primarie del 1992 nel New Hampshire, decisi di rendere più luminosa una giornata grigia e fredda assistendo a una conferenza stampa di Pat Buchanan. Una delle denunce più violente del candidato era indirizzata all’uomo da lui definito “il prete pazzo”: una graziosa allusione al presidente di Haiti Aristide. Buchanan, che non è solito accostare due termini come “prete” e “pazzo”, pensava che Bush fosse troppo tenero con Aristide; una lamentela rivelatasi priva di fondamento. Quando era addetto alle pubbliche relazioni della presidenza Reagan, Buchanan aveva contribuito a sviluppare una strategia chiamata “linea del giorno” per mezzo della quale tutti i repubblicani concordavano di esprimersi con voce unanime su un determinato argomento. All’improvviso, il mese scorso, a Washington è rispuntata la “linea del giorno”. In coro, Elliot Abrams, Henry Kissinger, Bob Dole e Dick Cheney hanno cominciato a dire, nei talk show, che il presidente Aristide è un pazzo, uno psicopatico, un maniaco depressivo, un elemento instabile.

Per quanto ne so io, Aristide è un pazzo. Di certo è un prete. Ma non credo che la destra americana ce l’abbia con lui per questo. E la cosa interessante di questa improvvisa manifestazione coordinata di unanimità – coincisa con il momento di crisi della politica governativa nei confronti degli haitiani, traditi per ben tre volte – è il fatto che sia stata alimentata e stimolata dall’interno del governo. Le affermazioni su Aristide nascono da un vecchio documento di disinformazione della Cia risalente a un periodo in cui il sostegno statunitense all’oligarchia haitiana era ancor più entusiastico di adesso. Ma l’improvvisa riesumazione di quel rapporto anonimo e inverificabile si può imputare al Dipartimento alla difesa , che l’ha riciclato attraverso i mass media proprio quando la nave americana Uss Harlan County si è arresa a un rimorchiatore della giunta militare haitiana di dimensioni quindici volte inferiori alle sue.

Intervistato dalla Cnn nel fine settimana successivo, dopo aver inflitto quest’umiliazione alla sua superpotenza preferita, il tenente generale Raoul Cédras ha rivelato la sfrontatezza del dittatore. Ha detto di voler mantenere con gli Stati Uniti le più cordiali relazioni, e di ricordare con affetto il particolare rapporto militare esistente da lungo tempo tra i due paesi. In fin dei conti, come ha sottolineato Cédras, “il 75 per cento dei nostri soldati viene addestrato negli Stati Uniti”.

Credo che il buon generale sappia qualcosa. Si comporta come se sapesse qualcosa che Clinton non sapeva. Inoltre parla e agisce come se non gli mancassero amici a Washington, ufficiali e non.

Gli amici dei golpisti

Quelli non ufficiali sono abbastanza noti: si tratta della solita, prevedibile feccia politica del sud. Elliott Abrams è stato ingaggiato come lobbista da un gruppo commerciale che ha cercato (con successo, a quanto pare) di mitigare e quindi abolire le sanzioni contro la giunta militare. La lobby di Henry Kissinger è stata utile a coloro che, nella Repubblica Domenicana, forniscono rinforzi alla dittatura della porta accanto e, offrendoci un eccellente esempio di ciò che noi strizzacervelli dilettanti chiamiamo “proiezione”, lo stesso Kissinger ha pubblicamente definito il presidente Aristide “uno psicopatico e un assassino”. Dick Cheney, che vuole ottenere la nomination repubblicana per il 1996, ha usato i suoi vecchi contatti col Dipartimento alla difesa per mettere in imbarazzo Clinton su Haiti.

Più importanti, tuttavia, sono coloro che danno appoggio incondizionato alla giunta militare da posizioni di potere esecutivo. Mi è bastato fare una telefonata alla Casa Bianca per scoprire l’estremo fastidio provocato dalla tempestiva diffusione, da parte del Pentagono, della vecchia indagine pseudo-psichiatrica della Cia. E un funzionario dell’ambasciata di Port-au-Prince ha parlato del suo sconcerto nel vedere il maggior generale dei marines John Sheehan “chiacchierare amichevolmente” con il generale Cédras durante un ricevimento tenutosi nel mese di settembre. “Un solo sparo e ce ne andiamo”, ha detto un portavoce del Pentagono a proposito della missione della Harlan County, quasi ad avvertire i militari haitiani del rischio insignificante che avrebbero corso infrangendo l’accordo di Governors Island. Tale accordo era già così indulgente nei confronti della giunta militare che Lawrence Pezzullo, uno degli eroi del Dipartimento di Stato in Nicaragua e “inviato speciale” di Clinton, dovette imporlo ad Aristide con la forza.

Tempo fa, un membro dell’entourage del presidente Aristide mi disse con amarezza: “Tutto il mondo sa che ad Haiti ha avuto luogo un colpo di Stato dell’esercito. Ma chi crederebbe che anche negli Stati Uniti ha avuto luogo un tacito colpo di Stato? Non si può definire altrimenti la politica governativa di Bush, determinata dalle forze armate”. Le sue parole acquistano maggior significato quando si ricorda che la maggior parte degli agenti di Clinton sono personaggi rimasti in carica dall’epoca in cui era presidente Bush, come Bernard Aronson, o abietti reazionari come l’ottuso sostituto di Aronson, Alex Watson, che, durante una seduta delle Nazioni Unite, ha difeso i progressi della giunta militare nel campo dei diritti umani.

Sarebbe lecito dire che non si verificava uno scandalo così palese da quando si scoprì che, nel Salvador, gli “ambienti” militari e spionistici se la intendevano con i loro vecchi amici di Fort Benning e di West Point. Ma nel caso del Salvador le menzogne e la corruzione derivarono da un ordine specifico del presidente. Ciò che risulta sinistro e degno di nota riguardo alla vicenda haitiana è l’atmosfera di ammutinamento e d’insubordinazione che la circonda. Ancora una volta, da quando è entrato in carica Clinton, si sono avuti chiari indizi del fatto che le forze armate seguono leggi proprie. I capi militari hanno apertamente sabotato la promessa riguardante i diritti degli omosessuali, che è stata alla base dell’elezione del presidente. Colin Powell si è impossessato dell’etere e degli editoriali dei giornali per formulare il programma di resa al fascismo in Bosnia. Ci è stato detto che, per errore, l’ordine della Casa Bianca di abbandonare la folle ricerca del generale Aidid “non è stato trasmesso” al comandante competente in Somalia, il quale ha perciò continuato il rovinoso assalto alla parte meridionale di Mogadiscio. Questo corpo di ufficiali cui vengono concessi lauti finanziamenti e privilegi viene pagato per obbedire agli ordini o per darli?

Dal punto di vista morale, Clinton e Aspin, segretario alla Difesa, sono degli smidollati giunti persino a sorridere mentre si sorbivano la storia della famiglia nazificata del generale Shalikashvili. Lascino pure che il Pentagono li spinga nella direzione che segretamente vogliono seguire. Ma ricordate il ritornello della canzone dedicata alla Harlan County. Da che parte state? Una buona domanda da porre non tanto alla giunta militare haitiana quanto alla nostra. ◆

Da sapere

Mentre gli squadroni della morte versione locale massacrano gli oppositori, “I vescovi di Haiti, salvo uno, tacciono. Scandalosamente” scrive su Liberation il sacerdote francese Charles Antoine, direttore dell’agenzia Dial (Diffusione dell’informazione sull’ America latina).

“La diplomazia vaticana paga il prezzo del suo riconoscimento ufficiale dell’illegittimità: la Santa Sede non è stata forse l’unico Stato al mondo ad accreditare il proprio ambasciatore presso il governo uscito dal colpo di Stato? Triste bilancio per la Chiesa cattolica e per la sua opzione preferenziale per i poveri”.

Aggiunge ancora il prelato: “L’anno scorso il Papa si è recato a Santo Domingo, capitale della repubblica vicina che si trova nella stessa isola. Port-au-Prince è a meno di mezz’ora d’aereo. Il Papa non c’è andato. Perché? Nell’agosto dello stesso anno sulla strada per il Messico e per gli Stati Uniti, Giovanni Paolo II si è fermato in Giamaica, un’isola vicina: non ha fatto scalo ad Haiti. Questo paese è forse appestato? In tutta la sua recente enciclica sulla morale, Veritatis Splendor, Giovanni Paolo II insiste ‘sugli atti intrinsecamente cattivi’. Parla anche di forme gravi di ingiustizia sociale ed economica o di corruzione politica di cui sono vittime popoli e nazioni intere”.

E allora perché, si chiede preoccupato il sacerdote, “la gerarchia della Chiesa cattolica non applica questi principi alla realtà concreta di Haiti? Visto che non lo fa, dobbiamo forse pensare che l’ostacolo maggiore sia il presidente Aristide, perché è un prete? Se, per sventura, le cose stessero in questo modo, non potremmo, vista la tragicità della situazione, che esserne atterriti”.


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Questo articolo è uscito sul numero 1 di Internazionale, a pagina 41. Compra questo numero | Abbonati