In Birmania la vita segue il ritmo delle stagioni: i contadini bruciano i campi nella stagione calda e mietono dopo le piogge; i minatori aspettano le nuvole per andare a trovare le loro famiglie, e quando le strade si asciugano gli eserciti vanno in guerra. Negli ultimi sette anni gli abitanti dello stato del Kachin, nel nord del paese, si sono abituati a questo ciclo.

Nel 2011 è ripreso il conflitto tra l’Esercito per l’indipendenza del Kachin (Kia) e le forze armate birmane, il Tatmadaw. Non era una novità, ma la continuazione della lunga e sfiancante guerra civile tra il governo centrale e la miriade di gruppi che lo combattono, cominciata nel 1948: di fatto il conflitto armato più lungo tra quelli ancora in corso nel mondo.

Profughi a Myitkyina, il 10 maggio 2018 (Ann Wang, Reuters/Contrasto)

Il Kia cominciò a lottare per l’autodeterminazione del Kachin nel 1961 e continuò a farlo fino al 1994, quando firmò un cessate il fuoco con il regime militare birmano. Dopo una pausa di 17 anni, nel 2011 il Kia ha ripreso l’insurrezione. Da allora 120mila persone sono dovute fuggire dal Kachin e dallo Shan a causa dei combattimenti e migliaia sono morte per le mine e i bombardamenti indiscriminati.

Quando lo scorso autunno è ricominciata la stagione dei combattimenti, sembrava che la violenza nel Kachin potesse finalmente avviarsi a una conclusione. Il Kia ha rifiutato di aderire all’Accordo nazionale per il cessate il fuoco proposto dal governo, ma insieme ad altre sei “organizzazioni etniche rivoluzionarie armate” ha creato la Commissione politica federale per il negoziato e le consultazioni (Fpncc). La Fpncc è dominata dall’Esercito unito dello stato Wa, che si pensa sia uno strumento di Pechino per influenzare il processo di pace in Birmania.

All’inizio di febbraio era ormai chiaro che la guerra non era finita. Il Tatmadaw ha lanciato una pesante offensiva contro le roccaforti del Kia nel nord dello stato, colpendo anche le aree del distretto di Tanai dove ci sono le miniere di ambra e oro, una fonte di entrate fondamentale per i ribelli. Nel giro di pochi giorni migliaia di persone sono rimaste intrappolate senza viveri né soccorsi, e alcune si sono rifugiate nelle miniere. Ad aprile la situazione è peggiorata dopo che una controffensiva del Kia ha bloccato ogni passaggio tra il campo di battaglia e le zone sicure. Le organizzazioni umanitarie non hanno potuto raggiungere alcune aree, e dove sono riuscite ad arrivare l’esercito birmano le ha attaccate.

Delusi da Suu Kyi

L’offensiva di primavera ha avuto ripercussioni in tutto il Kachin. A causa dei combattimenti sono stati via via interrotti i collegamenti verso le miniere di giada, il più importante centro economico della regione. Secondo un analista dell’esercito birmano, lo scontro ha l’unico scopo di ottenere potere negoziale: “Il Tatmadaw sta cercando di fare pressioni sul Kia perché firmi l’Accordo nazionale per il cessate il fuoco”.

Ma il Kia non ha alcun interesse a negoziare con il governo di Suu Kyi. Dopo le elezioni del 2015 aveva sperato, come il resto del paese, che il sostegno di cui godeva Suu Kyi si sarebbe tradotto in un avanzamento concreto del processo di pace, che la leader birmana aveva sempre definito il più importante obiettivo del suo governo. Ma la maggior parte dei birmani ora è delusa dall’opacità e dalla lentezza dei negoziati.

È sempre più chiaro che il Kia vede un solo partner affidabile nelle trattative: le forze armate. Mentre a febbraio volavano le bombe su Myitkyina, gli ufficiali del Kia e dell’esercito birmano si incontravano nella provincia dello Yunnan, in Cina, pare su iniziativa del rappresentante cinese per la Birmania, Sun Guoxiang.

A fine aprile a Myitkyina è tornata la pioggia, ma non c’era la speranza di una tregua. In autunno è prevista una pesante offensiva militare. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1259 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati