Molte di quelle riunioni si tenevano nel piccolo bar di Rosa Carace, nel centro di Pomigliano d’Arco. Non avevano neanche vent’anni ma volevano già aggiustare il mondo, ricorda Carace dietro il bancone, mentre una vecchia caffettiera borbotta sul fuoco. Si nascondevano dietro un paravento, ma si sentiva perfettamente quello che dicevano. Era Luigi Di Maio, che ha sempre avuto la stoffa del leader, a condurre i giochi. Nei fine settimana distribuiva volantini di protesta al mercato, con la madre a braccetto, faceva domande alla gente, prendeva a cuore tutte le cause. Maria, Assunta e Nunzia, che è stata una sua compagna di scuola, annuiscono appoggiate al bancone. Di Maio, figlio di una professoressa e di un piccolo imprenditore edile della zona, oggi è l’orgoglio di un paese poco incline alle gioie collettive. Nell’Italia meridionale il Movimento 5 stelle è stato il partito più votato (da un elettore su due).
Nel giro di dieci minuti la discussione al bar coinvolge sette persone, che hanno votato tutte con lo stesso entusiasmo per Di Maio. Rosa a quel punto smette di girare il caffè con il cucchiaino e si fa seria. “Lo scriva chiaro e tondo. Luigi non avrà una laurea, ma ha la dignità. Quella che manca agli altri. È dei nostri”. Non è un caso che Luigi Di Maio sia cresciuto a Pomigliano d’Arco, un paese di quarantamila abitanti, a venti chilometri da Napoli, colpito da quasi tutti i mali del meridione. La crisi industriale ha decimato i dipendenti della storica fabbrica della Fiat, il tasso di disoccupazione è tra i più alti del paese ed è un terreno fertile per la criminalità organizzata. Nel 2003 si è scoperto che qui vicino la camorra gestiva migliaia di discariche illegali di materiali pericolosi che da anni avvelenavano gli abitanti. Nella terra dei fuochi, come è stata rinominata quella parte di territorio, il tasso di tumori tra gli uomini è del 46 per cento più alto della media nazionale, mentre tra le donne è del 21 per cento più alto. È per questo che Sergio Costa, il generale dei carabinieri che ha condotto l’inchiesta sulla Terra dei fuochi, è il candidato dei cinquestelle al ministero dell’ambiente. O che la proposta di un reddito minimo di cittadinanza, che teoricamente dovrebbe consentire a tutti di arrivare a 780 euro mensili, sia stata la mossa vincente. Il meridione, in passato incline a un voto clientelare dato ai partiti di governo, questa volta ha detto basta.
C’è un legame diretto tra il successo del Movimento 5 stelle (32,7 per cento dei voti a livello nazionale), il reddito pro capite e il tasso di disoccupazione in Italia. Il movimento, una specie di start up politica fondata nel 2009 da Beppe Grillo e dall’imprenditore Gianroberto Casaleggio, vince dove il malessere e la rabbia sono più grandi. La linea del successo dei cinquestelle segue un andamento inversamente proporzionale alla ricchezza del paese. Nelle regioni del nord dove il reddito è più alto, come la Lombardia o il Trentino-Alto Adige, il movimento ha preso pochi voti. Mentre nel sud, dove il pil è inferiore alla media europea e la percentuale di disoccupazione è molto più alta che nel resto dell’Italia, i cinquestelle hanno ottenuto dal 40 al 50 per cento dei voti e hanno disegnato una frontiera politica insolita in un paese già di per sé storicamente diviso.
La formazione politica guidata da Di Maio, nata fuori del tradizionale asse ideologico sinistra-destra, è quella che ha saputo leggere meglio la ferita di un’Italia che continua a investire più risorse per le infrastrutture nelle aree ricche (296 euro pro capite al nord, secondo i dati della Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel mezzogiorno) e meno dove ci sono maggiori bisogni (107 euro al sud). La vittoria è stata significativa anche nei quartieri periferici e più in difficoltà come Scampia, per anni simbolo della camorra napoletana (più del 65 per cento dei voti), o San Giovanni a Teduccio, un’ex zona industriale e un quartiere della periferia orientale di Napoli (60 per cento).
In fabbrica
Il Movimento 5 stelle ha avuto successo anche dove gli operai ci sono ancora, ma i macchinari hanno smesso di funzionare. Alle due comincia il cambio turno nello stabilimento della Fca (Fiat Chrysler automobiles) di Pomigliano d’Arco. Decine di operai finiscono la loro giornata di lavoro e si dirigono in gruppo verso l’uscita. Salvatore Esposito, 56 anni, trent’anni passati alla catena di montaggio, ha votato sempre a sinistra. “Ero di quelli duri, del Partito comunista”, dice con il malumore accumulato nelle otto ore di lavoro. La sinistra non rappresenta più gli operai, protesta. Questa è un’affermazione che si sente ripetere in tutta Europa e che è ancora più evidente nel sud d’Italia. “Per la prima volta nella vita non li ho votati. Ho votato Di Maio”. Le venti persone che camminano con lui verso l’uscita annuiscono e alzano la mano mostrando le cinque dita, a indicare il loro voto per i cinquestelle.
I pensionati la pensano più o meno allo stesso modo. Domenico Leone, un uomo alto e robusto, con in mano un mazzo di mimose da regalare alla figlia per la festa dell’8 marzo, ha lavorato per 43 anni nella stessa fabbrica. Ci sono stati dei cambiamenti. Prima era Fiat, poi General Electric. Ma lui ha votato sempre a sinistra: comunisti, socialisti, Partito democratico (Pd). Alla fine qualcosa si è spezzato. “Sono peggio della Democrazia cristiana. Quelli che hanno lottato con noi ora fanno parte della casta, vivono dei vitalizi, fanno parte dei consigli di amministrazione. Ci hanno abbandonato”. Tra i suoi colleghi Domenico è stato l’ultimo a convincersi, non gli piaceva questa storia del movimento. “Mi ci è voluto tempo per accettarlo. Non è la stessa cosa. Ma il Pd ha fatto politica contro di noi, il jobs act ci ha massacrati. Di Maio non è di sinistra, ma lotta per la moralità in politica, per la trasparenza”. Secondo l’istituto Carlo Cattaneo, il 37 per cento degli operai italiani ha votato il Movimento 5 stelle.
La sinistra è morta, viva la sinistra. Nel sud d’Italia il partito di Luigi Di Maio ha travolto il Pd. La maggior parte dei voti persi dal partito di Renzi sono andati ai cinquestelle (14 per cento) o all’astensione (22 per cento). Un fenomeno che suggerisce, come è accaduto in Spagna, che prima o poi le due formazioni più votate (Lega e Movimento 5 stelle) cercheranno di fagocitare i partiti tradizionali di destra e di sinistra. Questo è solo un passaggio intermedio nello spostamento degli elettori. “Il sud ha votato per fare tabula rasa delle classi dirigenti, soprattutto di quelle di sinistra. Parte della colpa è di Renzi, del suo allontanamento dalla sinistra tradizionale. Qui la crisi si è sentita moltissimo e soprattutto si è sentito il peso di politiche di austerità asimmetriche che al sud hanno pesato il doppio rispetto al nord”, spiega Giuseppe Provenzano, vicedirettore della Svimez.
L’antipolitica sta diventando istituzionale, ma il fenomeno è nato dalla base. Don Peppino, parroco di Pomigliano, arriva in chiesa con un gruppo di bambini di famiglie in difficoltà economica. Si occupa di loro ed è impegnato anche in altre battaglie sociali. Per questo conosce Di Maio, che è cattolico praticante, da quando aveva quindici anni. Hanno collaborato alla preparazione di un referendum contro la privatizzazione dell’acqua nella regione. Il leader dei cinquestelle ha partecipato a quello che il sacerdote definisce un “osservatorio politico” gestito dalla parrocchia, un modo per analizzare i problemi delle persone senza rifarsi agli schemi ideologici. Un metodo che si riflette perfettamente nel Movimento 5 stelle. “È una rivoluzione”, spiega il sacerdote, “la gente ha detto basta. Non sopporta più che siano ignorati i suoi diritti. La politica, soprattutto al sud, è estranea alla vita reale”. A Pomigliano sono convinti che finalmente uno di loro sia arrivato a Roma per risolvere questa situazione. ◆fr
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Questo articolo è uscito sul numero 1247 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati