Da sette mesi l’Arabia Saudita sta facendo di tutto per non farsi coinvolgere nella guerra che la circonda. Ma Riyadh è sempre più a corto di opzioni. A est lo stretto di Hormuz resta fortemente destabilizzato dallo scontro tra Iran e Stati Uniti. A ovest i miliziani sciiti huthi hanno consolidato il loro potere sulla costa yemenita del mar Rosso e intorno allo stretto di Bab el Mandeb. Nel mezzo i droni lanciati dall’Iraq da alcuni gruppi filoiraniani hanno mostrato che anche l’oleodotto Est-Ovest, principale rotta alternativa a Hormuz per Riyadh, è vulnerabile. Il regno si ritrova quindi intrappolato in un triangolo sempre più scomodo.
La guerra nello Yemen ha ricominciato a intensificarsi a luglio. In un primo tempo lo schieramento contrario agli huthi ha voluto mostrarsi rassicurante. Le forze governative hanno aperto più fronti, in particolare a Marib, Al Jawf e Al Bayda, mentre l’Arabia Saudita riprendeva a esercitare la sua pressione militare sul movimento. Ma gli huthi hanno rapidamente rovesciato la situazione, consolidando la loro influenza, e quella dell’Iran, sul mar Rosso, e mettendo in luce le debolezze delle forze governative. In questo contesto alcuni comandanti yemeniti hanno denunciato in particolare che a Mokha è mancato il sostegno aereo promesso dai sauditi. I miliziani invece possono contare su una catena di comando più coesa e hanno dimostrato la loro capacità di spostare rapidamente le forze da un fronte all’altro, ma anche di portare l’escalation al di là delle frontiere dello Yemen.
La posizione di Washington
“Nessuno di questi livelli di deterrenza, nazionale, regionale o internazionale, è stato in grado di impedire agli huthi di alzare le tensioni direttamente con l’Arabia Saudita”, osserva Cinzia Bianco, esperta della regione del Golfo presso il centro studi European council on foreign relations. “La deterrenza saudita è andata in frantumi”. L’intervento lanciato nel 2015 e guidato da Riyadh non è riuscito a sconfiggere gli huthi e negli anni ha esposto il regno ad attacchi con missili e droni. Adesso la cautela comincia ad avere un costo crescente.
Secondo il sito statunitense Axios, il 10 settembre il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman, detto Mbs, avrebbe chiamato per due volte Donald Trump chiedendogli di ordinare degli attacchi contro gli huthi. Il presidente degli Stati Uniti si sarebbe rifiutato. Washington continua tuttavia a fornire a Riyadh intelligence e supporto nell’individuazione dei bersagli. Il giorno successivo lo stesso Trump ha minimizzato l’ipotesi di un intervento. “Gli huthi ci hanno chiamato e non vogliono combattere contro di noi”, ha dichiarato, lasciando intendere che il loro scontro è soprattutto con l’Arabia Saudita. “L’amministrazione statunitense ha mostrato che non risponderà alle richieste e agli interessi dei suoi alleati”, commenta Bianco.
Sotto pressione
In questo contesto, Israele potrebbe tentare di presentarsi come un alleato utile all’Arabia Saudita. Soprattutto ora che lo stato ebraico è sempre più bellicoso e sta consolidando la sua presenza nella regione separatista del Somaliland. Questa opzione potrebbe trovare il sostegno anche di Trump, che nel suo secondo mandato aspira a ottenere la firma di nuovi accordi di normalizzazione tra Tel Aviv e i paesi arabi. Al momento nulla indica che Mbs possa comunque cedere alla tentazione israeliana, avendo dichiarato a più riprese che un accordo con Tel Aviv non sarà possibile se non nel quadro di una soluzione della questione palestinese.
In effetti, è proprio con l’obiettivo di arginare la crescita dell’influenza sia dell’Iran sia di Israele che Riyadh aveva cercato di rafforzare il suo peso nella regione. Ad agosto Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno firmato un accordo di difesa reciproca. Il Pakistan comunque ha precisato che in questo quadro non è stata discussa una risposta militare agli attacchi huthi e sembra riluttante a passare dal ruolo di mediatore a quello di belligerante. “Non penso ci siano segnali del fatto che i firmatari dell’accordo della Mecca, compresa l’Arabia Saudita, cercheranno di attivare il meccanismo in questa fase”, afferma Bianco, perché questo dispositivo probabilmente non è ancora realmente operativo.
Se lo Yemen rappresentasse l’unico problema del regno, la situazione sarebbe già abbastanza difficile. Ma l’offensiva degli huthi arriva proprio quando anche i due canali su cui Riyadh contava per aggirare la crisi di Hormuz sono sotto pressione. Da quando l’Iran ha fortemente limitato il traffico nello stretto di Hormuz dopo gli attacchi di Israele e Stati Uniti a febbraio, Riyadh dipende in larga misura dal suo oleodotto Est-Ovest che trasporta il greggio dalla costa orientale al porto di Yanbu, sul mar Rosso. L’11 settembre alcuni droni hanno colpito vari impianti di pompaggio lungo l’oleodotto, costringendo l’Arabia Saudita a interrompere temporaneamente questa rotta fondamentale per aggirare Hormuz. Riyadh e Baghdad hanno entrambe dichiarato che i droni provenivano dall’Iraq. Imbarazzato, il governo iracheno ha licenziato il comandante della provincia di Maysan e ha chiuso brevemente diversi valichi di frontiera con l’Iran. Nessun gruppo ha ufficialmente rivendicato l’attacco.
Teheran smentisce comunque l’idea di una campagna coordinata. “Non siamo in guerra con l’Arabia Saudita”, ha dichiarato il 13 settembre il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, affermando che gli huthi hanno “i loro problemi”. Cinzia Bianco è di un’altra opinione. “La pressione esercitata sull’Arabia Saudita su tre fronti fa chiaramente parte di una strategia iraniana”, afferma, promossa soprattutto dalle correnti più intransigenti legate ai Guardiani della rivoluzione. Secondo Bianco, Teheran in questo modo cerca di convincere Riyadh a fare pressione su Washington. Ma questa strategia potrebbe essere controproducente, avverte, e spingere i sauditi a unirsi “al campo dei combattenti e dei belligeranti”.
◆ Il 10 settembre 2026 i miliziani sciiti huthi si sono impossessati della città di Mokha, lanciando una rapida offensiva lungo la costa yemenita del mar Rosso, e il giorno dopo hanno preso il controllo dello stretto strategico di Bab el Mandeb, che collega l’Europa all’Asia. Inoltre hanno preso di mira le infrastrutture petrolifere dell’Arabia Saudita, che a sua volta ha colpito più volte il territorio dello Yemen. L’11 settembre è stato attaccato con i droni anche l’oleodotto Est-Ovest, una via fondamentale attraverso la quale Riyadh esporta il greggio aggirando il blocco di Hormuz. Afp
Tuttavia, senza sostegno militare il regno potrebbe di nuovo optare per il dialogo con l’Iran, tre anni dopo l’accordo di riconciliazione firmato a Pechino, che di fatto non ha risolto nessuna delle principali controversie tra i due paesi rivali. Il 7 settembre il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, avrebbe dovuto incontrare in Oman alcuni leader dei paesi del Golfo e dell’Iraq per un accordo temporaneo su Hormuz negoziato da Teheran e Mascat. Il vertice però è saltato, rivelando le divisioni interne al Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg). Il Bahrein aveva annunciato che non avrebbe partecipato, mentre gli Emirati Arabi Uniti avevano optato per un livello di rappresentanza diplomatica inferiore. Questo dialogo avrebbe permesso a Riyadh di migliorare la sua posizione? “Le discussioni con l’Iran, se si svolgeranno, riguarderanno unicamente Hormuz”, osserva Bianco. “L’obiettivo è molto preciso: ottenere l’adesione dei paesi del Ccg all’accordo iraniano-omanita sullo stretto”. Secondo la ricercatrice, si tratta “essenzialmente di fargli accettare un fatto compiuto”. ◆ fdl
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Questo articolo è uscito sul numero 1683 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati